Film

CULT: Il Settimo Sigillo – mettere in discussione la vita con la morte (letteralmente)

Alfonso Martino

Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie.

Ad esprimere queste parole è Arthur Block, protagonista della pellicola del 1957 Il Settimo Sigillo di Ingrid Bergman, un’opera ancora adesso incisiva e attuale per via del modo in cui viene raccontata la vita umana e ciò che la anima: l’amore, la fede, l’arte e la morte. Quest’ultima in particolare gioca un ruolo fondamentale all’interno del film.

Il lungometraggio, girato in bianco e nero e in 4:3, è ambientato in Nord Europa al tempo delle crociate. La pellicola si apre con il ritorno in patria del cavaliere Arthur Block e del suo scudiero Jöns, entrambi reduci dalla Guerra Santa. Il rientro non sarà piacevole per il protagonista, dal momento che ad attenderlo sulla spiaggia troverà la Morte. Cercando di prendere tempo, Block sfida a scacchi quest’ultima, che accetta di buon grado. La sequenza degli scacchi è diventata particolarmente iconica grazie al bianco e nero della regia di Bergman, dove il bianco della scacchiera si scontra con il nero della veste della Morte, e al dialogo tagliente tra i due, che mette in risalto la paura di morire in Block e la sua voglia di mettersi in gioco e affrontarla.


La partita non viene giocata in un unico momento, dando modo così ai due cavalieri di ritornare al loro castello. Durante il tragitto, la morte sarà sempre presente per via del contesto storico vissuto dai protagonisti, definito da una società violenta, a causa del fanatismo religioso, e imbruttita per via della peste. L’imbruttimento della società è mostrato da Bergman in due occasioni: nella prima i protagonisti si trovano davanti a Raval, che dieci anni prima aveva convinto Block a partecipare alla crociata e che era sul punto di violentare una donna;  nella seconda i due cavalieri notano una donna ferita da alcuni soldati, poiché accusata di stregoneria.

Col proseguire della messinscena, lo spettatore conosce più da vicino i personaggi: Block è animato dalla fede, ma  allo stesso tempo è turbato dal pensiero della morte, che lo rende poco loquace; al contrario, Jöns rifiuta categoricamente la religione e la sua teoria dell’aldilà, dimostrando di essere in pace con sé stesso grazie alle numerose battute pronunciate. La serenità dello scudiero viene mostrata in un dialogo con Block, dove afferma:

La mia pancia è tutto il mio mondo, la mia testa la mia eternità, e le mie mani due magnifici soli. Le gambe sono i dannati pendoli del tempo e i miei piedi sporchi i due eccellenti fondamenti della mia filosofia.

La prima sosta durante il viaggio di ritorno riguarda proprio una chiesa a ridosso del loro villaggio, in cui Block esprime le parole riportate all’inizio dell’articolo davanti al confessore, ma con lo sguardo rivolto al crocefisso, di cui Bergman ne inquadra con un primo piano il volto straziato dalla sofferenza.

Parallelamente al viaggio dei due cavalieri, il regista mostra una troupe di attori impegnati nella loro tournee; vengono mostrati in particolare Jof, Mia e Mikel, una famiglia realizzata nel proprio quotidiano e nelle piccole cose, animata dall’amore reciproco, nonostante la loro arte venga spesso sbeffeggiata dai più. Un esempio riguarda la sequenza nella locanda, in cui un individuo sfoga la sua frustrazione contro Jof, facendolo ballare sopra un tavolo ricco di vivande, ricoperto dalle risate dei clienti, in cui traspare la bontà dell’attore, a disagio davanti a tanta crudeltà. Le due storyline si incontrano nel momento in cui l’artista verrà salvato da Jöns, portando così il nucleo familiare a viaggiare con i protagonisti in direzione del castello.
L’incontro con gli attori permette a Block di distendere i suoi pensieri, complice l’immensa radura mostrata da Bergman, rappresentante la serenità acquisita dal cavaliere durante uno sprazzo di vita quotidiana. L’ampiezza dello spazio viene resa dal regista, nonostante il formato ristretto della pellicola.

La parte finale della pellicola si svolge all’interno della foresta che precede il castello. La selva viene vista in chiave letteraria come luogo oscuro, in cui i personaggi affrontano loro stessi e ne escono cambiati; Bergman non fa eccezioni, rispettando questo canone durante il proseguimento della partita a scacchi tra Block e la Morte, dove  viene mostrata la crescita del cavaliere; nello specifico in uno scambio di sguardi che vede protagonisti Block e Jof, di cui non occorre dire altro per non rovinare la visione a chi ancora deve recuperare questo cult che ha fatto la storia del cinema, grazie all’originalità del soggetto – curato dallo stesso Bergman –  e dalla messinscena  credibile fin dal primo fotogramma, in cui lo spettatore viene invitato ad interrogarsi sulla vita e gli eventi che definiscono l’individuo.