Editoriale N. 12

Foto di Fabrizio Verrecchia su Unsplash

di Renato De Capua

EROS che prende, EROS che dà


“[…] Persi dentro al mondo in un’estate
Lontana quella voglia di morire
Sprofondare in un albergo ad ore
Senza neanche dirci che era amore
Senza neanche dirci che era amore
Passano i soldati e vanno a tempo
Ma siamo stati liberi un momento […]”

 
(A. Mannarino)

Le sue origini sono lontane nel tempo, forse coincidenti con il sorgere dell’uomo, poiché lo stesso è creatura che ama e prova pulsione amorosa verso un proprio simile, intesa, talvolta come un espediente per colmare quello spazio di vuoto e d’incompletezza che lo attanaglia e che poi si dirada nella convinzione di potersi ritrovare nell’altro, annullando le proprie paure, fisiche ed esistenziali. Eros, nel pantheon greco, era, infatti, il dio dell’amore fisico e del desiderio, colui che era in grado di sospingere naturalmente, quasi come fa il vento, l’uomo verso la Bellezza.

Il tragediografo greco Euripide, nella sua Ifigenia in Aulide[1] (406 a.C.), ci dimostra un dio Eros in grado di controllare due differenti ambiti e, per la prima volta, ci riporta l’immagine del dio armato di arco e di frecce:

“Avventurato chi prova fa

della dea dell’amore con

temperanza e misura,

e con grande placidità

lungi dagli estri folli, perché

duplice è l’arco della beltà

che l’Amore (Eros) tende su di noi:

l’uno ci porta felicità,

l’altro la vita torbida fa.”

Uno degli Amori infonde la saggezza, l’altro distrugge i sensi razionali della vita dell’uomo. Inoltre, l’etimo greco ἔρως (eros, “desiderio”), deriverebbe dal verbo ἔραμαι (eramai, “per desiderare, amare”), inglobando in sé le poliedriche sfumature semantiche che questo concetto assume nel quotidiano.

In questo numero di “Clinamen- Un passo oltre il confine”, abbiamo provato a fornirvi diverse angolature dalle quali questo tema può essere analizzato, anche se è bene ricordare che l’eros, quello vero, sfiora l’ineffabile e non si spiega. Così potrebbe capitare di ritrovarci altrove, “senza neanche dirci che era amore”.


[1] (Euripide, Ifiga in Aulide 542-50. Traduzione di Filippo Maria Pontani in Euripide, Le Tragedie, Milano, Mondadori, 2007)