EDITORIALE N. 6

di Renato De Capua

Dal tempo ai tempi

Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. (Daniel Pennac)

Perché parlare del tempo? È questo un quesito esistenziale che a molti, almeno una volta nel corso della vita, sarà capitato di porsi con l’obiettivo di analizzare il tempo, il suo fluire nello spazio e negli anni; il suo essere trascendente e immanente allo stesso modo, sono fattori caratterizzanti la sua essenza costitutiva. In questo periodico di cultura umanistica, l’obiettivo che ci siamo prefissati dall’inizio del nostro percorso, è stato quello di analizzare alcune tematiche dell’umano attraverso le categorie dell aletteratura e delle scienze umanistiche in genere (arte, storia, filosofia, archeologia). Rimanendo immutate le nostre intenzioni, non si può prescindere dal dedicare un numero di “Clinamen” al tema del tempo stesso, in quanto la letteratura e le scienze umanistiche ci forniscono l’immagine di un tempo e la chiave di lettura adatta affinchè i suoi dettami possano essere compresi e resi fruibili mediante un testo, un dipinto o una scultura, un sistema di pensiero, un reperto archeologico. Le scienze umanistiche, tutte in maniera differente ma con eguale importanza, sono in grado di accompagnare chiunque a esse si avvicini, in un viaggio che può discostarsi da un tempo presente, quello scandito dal ritmo della vita, e rifugiarsi alla scoperta di un tempo passato, remoto, o addirittura, approdare nel porto di un tempo futuro, sconosciuto, creando una proiezione mentale di ciò che ancora non si conosce perché non è. Quindi, in virtù del fatto che le materie umanistiche hanno come prerogativa essenziale narrare dell’uomo e delle sue istanze, risulta chiaro che l’uomo avente la giusta sensibilità e intelligenza etica per carpirne i messaggi, possa essere in grado di viaggiare nel tempo, pur stando fermo in una stanza, magari anche soltanto guardando un punto fisso nel vuoto. Se il filosofo Pico Della Mirandola affermava che la facoltà che contraddistingue l’uomo per superiorità rispetto agli altri enti del creato, è il suo profondo senso di dignità, potremmo affermare che lo stesso si distingue anche per la sua capacità di vivere il tempo, di sentire sopra le proprie vesti lo spirare del vento di un tempo che non è più o che sarà. In riferimento a questa facoltà dell’essere umano, molto letteraria, se ci pensate, per l’alta componente di fiction che la anima, sopravviene alla memoria la concezione del tempo di un altro grande filosofo, Agostino D’Ippona, che nell’XI libro delle sue Confessiones ci propone una visione del tempo che, di primo acchito, potrebbe sembrare fin troppo trasognata, slegata dalla realtà, ma che invece, se aguzziamo la vista, risulta essere molto lucida e veritiera. Egli sostiene che Dio abbia creato ogni cosa, anche la dimensione temporale che prima dell’atto creativo di Dio, non esisteva, in quanto quest’ultimo era di per sé sostanza eterna e ingenerata, vivente, quindi, in una sorta di eterno presente. Così il filosofo, interrogandosi su che cosa sia il tempo, sulla sua natura costituente, giunge a una conclusione paradossale: il tempo non possiede un’univoca realtà, in quanto il passato è trascorso, il futuro è attesa dell’ignoto, il presente è un attimo fuggente che subito diviene passato. E allora sulla scia di queste constatazioni, si potrebbe addirittura affermare che il tempo non esiste, ma Agostino nota acutamente che l’uomo, come detto prima, è cosciente di vivere il proprio tempo attraverso il ricordo (passato), l’attenzione (presente) e l’attesa (futuro). Da ciò ne consegue che il tempo non esiste di per sé come dimensione svincolata dalla realtà dell’uomo, ma è condizione intrinseca dell’animo umano. Quella di Agostino d’Ippona è tra le prime affermazioni d’avanguardia sul principio della soggettività del tempo, in base al quale è l’uomo stesso che, parafrasando Luigi Pirandello, “si sente vivere”, a delimitare, grazie alla propria mente, i margini temporali entro i quali essere e agire, per far sì che la propria storia appartenga non a un solo tempo, ma a più tempi.