Lo scenario

Febbraio, il mese più caldo dell’anno

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da Atene, Lorenzo Olivieri

Quello di febbraio è stato un mese inusualmente caldo per la Grecia, che stavolta non ha spinto i greci ad andare al mare ma a scendere in piazza. L’8 febbraio, infatti, tra i 15.000 e i 20.000 studenti provenienti da tutta la Grecia si sono riuniti davanti la sede storica dell’università per protestare contro la nuova proposta di legge che prevede fondi alle università private, tutele finora concesse soltanto alle università pubbliche ed equiparazione dei titoli di studio.

Syntagma, protesta dell’8 febbraio

Ma perché i greci stanno reagendo così duramente a quella che è già una realtà negli altri Paesi europei?

Per questo bisogna fare un breve viaggio nella Grecia della dittatura dei Colonelli. Fu proprio all’interno del Politecnico di Atene, che il 14 novembre 1973 gli studenti iniziarono il movimento di protesta, occupando l’università. Il 16 novembre, nell’università assediata dai militari, gli studenti costruiscono una radio con materiali di recupero e trasmettono il seguente messaggio: «Politecnico qui! Popolo di Grecia, il Polytechneion è il portabandiera della nostra lotta e della vostra lotta, la nostra lotta comune contro la dittatura e per la democrazia».

Quasi subito, altri studenti si uniscono, gli operai cominciano uno sciopero, gli ateniesi scendono in strada. Nelle prime ore del mattino del 17 novembre, un carro armato sfonda i cancelli dell’università a cui sono aggrappati gli studenti in protesta. La radio diffonde una voce disperata, che chiede ai “fratelli d’arme” di disobbedire agli ordini. Poi la voce inizia a recitare l’inno greco singhiozzando. Di colpo com’era iniziata, la trasmissione si interrompe. Cecchini appostati sui palazzi intorno all’università cominciano a sparare, assassinando 24 persone. Fu l’ultimo, sanguinosissimo, disperato, spietato atto della Giunta dei Colonnelli.

Ma questa è un’altra storia.

Quello che rimase di quell’esperienza travolgente fu una nuova Costituzione varata dal nuovo governo democratico qualche anno dopo, che nell’articolo 16 sanciva l’Università come esclusivamente pubblica, libera e gratuita per tutti i cittadini greci. Ne parlo con Jacopo M, dottorando in lingua e cultura greca. “Questo in realtà era già cambiato nel 2012, quando l’allora governo di sinistra di Syriza aveva concesso l’istituzione di università private”. Ma i titoli erano rimasti di serie B. Infatti, entrare nelle università pubblica significa prima dover passare un difficilissimo esame d’ingresso, i Panellinias, a cui gli studenti si dedicano anche per cinque anni prima e per cui molte famiglie si indebitano, pur di far studiare i figli con professori privati. “Come tutti gli organismi pubblici le università in Grecia soffrono degli stessi problemi italiani, baronaggio, fuga di cervelli. Nonostante questo però, entrare nell’università in Grecia mantiene uno status di prestigio, perché se superi gli esami vuol dire che te lo meriti davvero. In più, la Grecia è un paese ancora profondamente ideologico.

L’Università è una zona franca, in cui la polizia non poteva entrare, almeno fino al cambio della legge nel 2020, ma che rimane uno spazio di libertà assoluta all’interno dello stato. Un’oasi felice nel caso di un eventuale dittatura in cui la polizia non dovrebbe entrare.” Adeguarsi al sistema capitalistico europeo significa non solo perdere quell’attaccamento quasi sentimentale a quell’indipendenza ritrovata, ma anche perdere la superiorità dei titoli pubblici, che per i greci rimangono delle istituzioni serie.  “D’altronde, i giuristi sono chiari. La costituzione non si può cambiare”. Ma come può funzionare un sistema profondamente meritocratico in una società come quella greca che non riesce ad assorbire quelle eccellenze? Mi sembrano tanti pezzi di un puzzle tutti diversi, e nonostante sia febbraio, mi sembra che fuori faccia sempre più caldo.

Arriviamo alla sede storica dell’università e qui il corteo degli studenti si incontra con un’altra protesta. Oggi non erano i soli a protestare: l’8 febbraio e il 19 febbraio sono scesi in piazza anche gli operatori dei call center, una forte presenza nella capitale greca con un’alta percentuale di italiani, che per la prima volta hanno scioperato con un’azione coordinata. Sui call center, nel 2019 Deutsche Welle chiamava il Portogallo “l’India d’Europa”, sottolineando come le grandi aziende, dopo le critiche per le pratiche di off-shoring in cui spostavano il supporto tecnico in sweatshops asiatici, avessero cominciato a preferire i paesi del sud Europa, primi tra tutti il Portogallo e la Grecia, una pratica chiamata near-shoring.

L’accordo faceva un po’ contenti tutti, i governi che durante l’austerity stavano faticando di colpo si trovavano una facile tassazione direttamente sugli stipendi degli operatori, le aziende, che continuavano ad utilizzare manodopera a basso costo e in questo modo aggiravano le leggi europee sull’uso dei dati in paesi extra europei, e, non per ultimi, migliaia di giovani europei irretiti da mete appetibili come la Grecia e il Portogallo. Teleperformance, un gigante tra le aziende di supporto tecnico, il cui banner campeggia periodicamente su Instagram proponendo di venire nell’assolata Grecia, appalta il servizio clienti di grandi catene come Amazon, Netflix, Google, impiegando circa 13000 operatori che coprono 35 lingue e dialetti. La partecipazione alla protesta in alcuni dipartimenti, soprattutto di lingua francese, è stata quasi totale.

Alla protesta dell’8 febbraio incontro Hossama[*], di origini nordafricane ma che lavora per il dipartimento francese di una grande compagnia di viaggi, all’interno di WebHelp, il principale competitor di Teleperformance. Come tanti alla protesta, arriva da un ex colonia francese. Mi racconta che a gennaio è morto suo padre, e, dopo essere mancato dal lavoro per una settimana per tornare al suo paese è tornato portando il certificato di morte del padre (per Teleperformance sono riconosciuti come assenze giustificate, e perciò pagate, alcuni giorni per la morte dei genitori, ma non per la morte di altri famigliari). Hossama però, si vede rifiutare il certificato di morte del padre dall’HR, perché in arabo e non in greco. “E dove lo trovo un certificato di morte in Greco in ***?” mi dice sorridendo. “Nel mio villaggio non parlano nemmeno inglese”.

Finora, per Hossama e gli altri dipendenti extra europei, non c’era stata tanta scelta. Come altri di origine tunisina, marocchina, egiziana, albanese, che compongono la maggior parte dei dipartimenti italiani e francesi, Hossama possiede lo “Special Visa Passport” una sorta di permesso di soggiorno dal consolato greco, il cui ottenimento viene facilitato dall’HR di Teleperformance. Senza il documento le dure leggi sull’immigrazione greca non permetterebbero di rimanere in Europa. Ai manager dei call center (con l’aiuto di leggi sul lavoro antiquate e poco tutelanti) viene accusato un sistematico abuso di potere con la minaccia sempre aleggiante di essere licenziati ed essere poi espulsi dal paese, insieme alle famiglie che si sono eventualmente costruiti nel frattempo.

Un altro punto cardine della protesta sono gli stipendi: a Teleperformance sono gli stessi dal 2010 – un netto di 840 euro, qualcosa in più per le lingue più richieste come tedesco e norvegese- mentre il fatturato è cresciuto invece con utile di 645 milioni di euro nel 2022. Nel frattempo, la Grecia ha visto crescere l’inflazione sul cibo diventando la seconda peggiore nella zona Euro. In tutto il centro spuntano manifesti “Akribeia Polemos”, l’inflazione è una guerra. Lo sanno bene i greci, che da novembre hanno pagato lo 8,89% in più per i beni di prima necessità rispetto ad una media europea di 5.9%. Nonostante i proclami ottimistici di benessere dei quotidiani greci, in mano nella quasi totalità al governo di centro destra, tanti hanno cominciato a sentire di nuovo il gelido soffio sul collo degli anni dell’austerity.

Il governo di Nea Demokratia, guidato da Mitsotakis, ha creato una lista di 51 prodotti con un prezzo calmierato – tra cui riso, pasta, spaghetti, carta igienica, sapone – ma questo non sembra bastare. In tanti alla protesta mi dicono che hanno dovuto lavorare al freddo, perché hanno dovuto scegliere se pagare la bolletta dell’elettricità per lavorare da casa o per riscaldarsi, ma che anche questo non bastava per risparmiare qualcosa sul magro stipendio di circa 900 euro. Non solo i prodotti importati, ma anche i prodotti locali aumentano: i vegetali sono aumentati di prezzo del 17,7%, il formaggio feta del 11%, l’olio d’oliva del 62%. Nel paese della feta, nessuno può più permettersi di mangiarla. Profitti che però sembrano perdersi in quella tortuosa strada tra consumatore e produttore, coi magnati dei supermercati che ne fagocitano la maggior fetta. Le multinazionali vendono lo stesso prodotto in Grecia tre volte tanto quanto vendono quel prodotto in Svezia, con un caso eclatante e condannato dal tribunale europeo del latte in polvere per i bambini. Se siete arrivati a questo punto, vi sembrerà chiaro perché il giornalista Kostas Kallitsis chiama la Grecia “l’El Dorado delle multinazionali”.

A inizio gennaio, come in altre parti di Europa, gli agricoltori greci hanno bloccato la E65, l’autostrada che collega Larissa a Karditsa e una delle principali arterie della Grecia, che arriva a sud ad Atene e a nord a Salonicco. A protestare erano soprattutto gli agricoltori della Tessaglia, che l’anno scorso a causa dell’alluvione Daniel hanno visto i propri campi allagati e i raccolti completamente distrutti ed ora chiedono una compensazione per i 180.000 ettari andati persi. Il blocco è stato alleggerito soltanto il 14 febbraio, seguendo una discussione col governo di cui però gli agricoltori si dicono insoddisfatti. Hanno di nuovo bloccato Viale Regina Amalias il 20 febbraio, il 19 febbraio Mitsotakis era apparso alla televisione dicendo “Non abbiamo più nulla da dare.”

Non sono solo gli agricoltori che turbano le notti di Mitsotakis: la guerriglia urbana pare essersi risvegliata dopo un lungo silenzio che durava dal 2018. A luglio del 2023 una telefonata anonima alle 7 del mattino avverte di una bomba al Tempio Massonico. Un primo esplosivo deflagra, svegliando l’intero quartiere, l’altro viene disinnescato dagli artificieri poche ore dopo, ma nessuno reclama l’attentato. La voce che chiamava rimane un fantasma che sveglia un poliziotto assonnato. A dicembre, una bomba è stata disinnescata alla stazione della polizia antisommossa del quartiere di Zografou, il quartiere dell’università, e l’azione poi rivendicata da un gruppo che si fa chiamare Ενοπλη Προλεταριακή Δικαιοσύνη (Giustizia Armata Proletaria). Il 3 febbraio, una bomba esplode al Ministero del Lavoro, non facendo morti ma distruggendo le finestre fino al sesto piano. L’attentato viene rivendicato poco dopo con un comunicato al quotidiano di sinistra Efimerida ton Syntakton, uno dei più venduti, come responsabilità della Επαναστατική Αυτοάμυνα, la Classe di Auto Difesa Rivoluzionaria.

Kostas Bakoyannis, nipote del premier Kyriakos Mitsotakis e suo stretto alleato, ha perso la corsa al secondo mandato come sindaco di Atene a ottobre, elezioni alla fine vinte da Pasok, il partito socialista all’opposizione. L’approvazione della legge sui matrimoni omosessuali – il primo in un paese a maggioranza ortodosso – ha finito per spaccare anche il suo partito e minato i rapporti con la Chiesa Ortodossa Greca.

Mitsotakis si ritrova solo con tutti questi pezzi di puzzle mischiati sul tavolo, le elezioni europee sono alle porte e l’estate, con l’ormai rischio consolidato di incendi, sempre più vicina. Non può far altro che apparire alla televisione, composto come negli anni del Covid, ma notevolmente più imbianchito, e dire:
“Non abbiamo più nulla da dare”.


[*] I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità degli intervistati.