Arte Interviste

Gilmar.Reação artistica e liberdade. @cartunista_das_cavernas

di Ruben Alfieri

Dalla presentazione di questa rubrica, un paio di numeri fa (non ha molta carriera), non ho ritenuto necessario precisarne la funzione all’interno della rivista. Data però la natura dell’artista di cui si approfondirà il contesto e la natura stessa della rivista, nonché il motivo della rubrica, stavolta ho trovato opportuno fare una piccola premessa.

“Esplorazione” si occupa di approfondire il ruolo dell’artista all’interno della cultura in cui vive. Partendo dal suo lavoro, lo sguardo si sposta in alto per osservarlo e indagare sul suo rapporto con la società e il pubblico, attraversando, infine, la sua ottica e capirne l’approccio. L’indagine quindi non si muove solo all’interno del suolo intimo dell’artista, ma anche attraverso il suo bisogno istintivo di comunicare; tanto nell’atto espressivo quanto nel canale mediatico.

Nonostante “Esplorazione” abbia avuto la fortuna di avere alcune voci nelle ultime due uscite, trovare degli artisti che avessero la pazienza di relazionarsi in un lavoro di approfondimento, o comprenderlo, o addirittura accettarlo evitando di confonderlo con un’occasione per celebrarsi o pubblicizzarsi, è stato molto difficile.

La fortuna di vedersela con Gilmar Barbosa, conosciuto perlopiù solo come Gilmar, è stata di trovare un artista interessato ad approfondire tali aspetti in generale quanto a esprimere a riguardo il suo pensiero personale. Con questo ha cercato di farmi capire le dinamiche del suo lavoro, sempre in tono amichevole e talvolta comprensivo verso alcune mie mancanze conoscitive. Tanto credo serva a spiegare l’atteggiamento con cui sono stati affrontati alcuni temi della nostra conversazione, che non sfuggiranno sicuramente all’occhio del lettore più critico, e che risaltano quindi all’interno della seguente intervista.

Nasce nello stato di Bahia, in Brasile, e attualmente vive a San Paolo. A 53 anni, ha lavorato in diversi giornali e riviste dei vari stati brasiliani, tra i quali O jornal do Brasil che ha sede in Rio de Janeiro, e Folha de S.Paulo che ha sede in San Paolo; come anche nella rivista Vida económica, che ha sede in Porto, Portogallo. Tra il 2001 e il 2016 pubblica numerose graphic novels e raccolte di strisce, quali: Para ler quando o chefe não estiver olhando (editora devir); Pau pra toda obra (editora devir); Caroço no angu (pubblicazione ottenuta con il premio Proac dal governo dello stato di San Paolo); Quadrinhos não recomendáveis para pessoas românticas (editora zarabatana books); Mistiforio (independente); De quatro (independente); Guilber (editora Sesi São Paulo). Assieme all’amico Luiz Carlos Fernandes: Effeito ferrugem (editora Sesi São Paulo) e Entre quatro contos (editora Sesi São Paulo). Attualmente, oltre all’attività ordinaria di giornalista, lavora alla pubblicazione di una graphic novel, ottenuta nuovamente con il premio Proac (Programa de Açao Cultural) dal governo di San Paolo.

Le sue illustrazioni e le vignette libere, pubblicate su instagram, rispecchiano la sua visione spesso cruda e grottesca del panorama sociale e politico brasiliano; in cui il sorriso della propaganda si scontra con una caricatura depressiva della realtà.

Ci sono casi in cui la creatività di un artista si sviluppa indipendentemente dal contesto sociale e politico nel quale vive, e altri in cui è l’artista che sente di affrontare questioni attuali. Nel tuo caso, confrontarsi con problemi di attualità tramite il proprio lavoro è stato spontaneo o, in qualche modo, è la realtà che “inciampa” nel tuo mondo artistico? In che modo la tua intimità artistica è arrivata a toccare questi temi?

Prima di lavorare per i giornali di grande circolazione nazionale, ho fatto dieci anni di esperienza in quelli dei sindacati, nella regione del grande ABC, a San Paolo, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del 2000 [1]. Era un periodo in cui l’attivismo per i lavoratori andava molto forte, assieme all’attivismo di sinistra.

A nove anni mi trasferii dal nord-est del Brasile a San Paolo, nella regione del grande ABC, composta principalmente da operai, di lavoratori del settore di montaggio. Io stesso ero lì per lavorare. Ero operaio in una fabbrica di porcellana, assieme a mio fratello e mio cugino… Molti di noi adolescenti lavoravano il giorno e studiavano di notte. All’epoca le fabbriche contrattavano molti ragazzi della mia età in modo irregolare, per farci lavorare in condizioni che al giorno d’oggi potrebbero sembrare assurde… Ma al tempo era considerato normale, per la maggior parte, perché la gente aveva bisogno di guadagnare e mantenersi. Spesso avvenivano incidenti in cui le persone finivano mutilate, poiché non c’era una vera e propria preparazione al lavoro in fabbrica. Mio fratello ebbe un incidente alla mano, così come mio cugino, ad esempio, e io persi parte di un dito. Lavoravamo alla prensa, una stampatrice che dava forma a pezzi di ceramiche utili al mercato di elettronica. Capitava che dopo le due del pomeriggio si fosse presi da una certa sonnolenza che ti intorpidiva e ti faceva perdere agilità. Lì ti colpiva la macchina.

Ricordo che in fabbrica c’era un grande impasto che roteava tutto il giorno e che le pareti dello stabilimento erano bianchissime, come carta. Quindi durante le giornate di lavoro più pesanti cercavo di svagarmi quando potevo, passando il dito nell’impasto e disegnando sulle pareti, che erano bianche e immense, e mi stimolavano molto a disegnare… Era istintivo; tant’è che il capo quando scoprì cosa gli lasciavo sulle pareti mi cacciò via. Così, due giorni dopo, presi alcuni disegni che avevo a casa – roba di poco conto, d’inesperienza – e andai a cercare lavoro. Riuscii a trovare impiego proprio in quei giorni, nel giornale del grande ABC Paolista, che era del PT Nacional (Partido dos trabalhadores).

In questo giornale pubblicai quindi i miei primi lavori. Avevo diciassette anni e amavo disegnare. Il fondatore era l’Ex Presidente Lula da Silva, che era di San Bernardo del Campo [1], e che ebbi l’opportunità di conoscere e di frequentare. Spesso, ricordo, andavo a casa sua per visitarlo e passare il tempo coi suoi figli. Eravamo amici, ma da quando fece carriera politica e io cominciai a lavorare per i grandi giornali, perdemmo i contatti reciproci.

Durante la mia formazione professionale ho quindi conosciuto questo mondo molto da vicino, a contatto coi lavoratori e col partito di sinistra – che era stato creato proprio in San Bernardo del Campo. Dopo il PT Nacional, ho lavorato infatti per il sindacato dos motoristas, del grande ABC, per poi passare al sindacato dos metalurgicosÈ chiaro quindi che la mia formazione non è stata accademica. È dovuta all’esperienza e all’improvvisazione, così come la mia formazione sociale e politica è dovuta ai dieci anni di lavoro nella stampa sindacale. Quando collaboravo con Tribuna Metalúrgica, negli anni ’80, facevo parte di una squadra di venticinque persone, tra articolisti, vignettisti, illustratori e fotografi. Si vendevano circa 40mila esemplari al giorno. O ilustrador e o cartunista, avevano una funzione molto importante. I disegni e le vignette all’interno del giornale servivano a rendere più facili e comprensibili le informazioni che si volevano trasmettere al lettore, poiché eravamo consapevoli che il lettore medio, l’operaio, poteva essere limitato nella comprensione di un articolo di giornale. La vignetta, a charge, facilitava la comunicazione diretta col lavoratore.

La mia produzione cambiò quando cominciai a lavorare per il mio primo grande giornale. Disegnavo tiras en quadrinhos, piccole strisce a scopo d’intrattenimento, di tipo comportamentais, basate sulle notizie fornite dal giornale, a tema di costume. Altre volte illustravo materia di cronaca; in altri giornali disegnavo vignette politiche, di opinione, che rientravano nella seconda pagina del giornale, insieme all’editoriale. Era però un disegno che assecondava gli interessi del giornale, ovvero non avevo libertà di espressione o libero arbitrio per pubblicare quel che volevo. Dovevo pubblicare quel che la direzione richiedeva, che aveva a che fare con determinati settori politici ed economici. Molti illustratori e fumettisti di un grande giornale (che per la maggior parte sono imprese economiche e capitaliste di interesse politico) sono sottomessi a questo.

Queste tirinhas non mi permettevano quindi di mantenere un personaggio fisso e svilupparlo. Per ogni numero del giornale c’era una striscia inedita. Molte di queste sono state poi adottate da libri didattici, comprate per la pubblicazione di libri di letteratura e grammatica, per l’interpretazione di testi e dialoghi, ad esempio.

Nel frattempo mi sono anche dedicato alla pubblicazione di libri di tiras en quadrinhos, histórias en quadrinhos… Ad oggi sono in tutto dieci, dei quali cinque sono stati adottati dal governo federale per la distribuzione in biblioteche pubbliche. Di questi, alcuni titoli contengono una raccolta di tiras che avevo pubblicato per i giornali negli anni passati.

Illustrazione per la rappresentazione dei contrasti tra USA e Venezuela

La maggior parte degli anni in cui ho lavorato come fumettista erano quindi pautados”. Facevo sì, vignette politiche, con base sulle notizie, ma questo tipo di vignette satiriche, nonostante dessero spazio a un’opinione, non mi permettevano di rappresentare completamente quel che pensavo. Ero un impiegato del giornale e come tale dovevo obbedire alla linea politica che seguiva. Il giornale, in quanto veicolo capitalista e impresario, doveva mantenere alcune tendenze politiche per reggere la propria impresa. Quindi, il vignettista, cioè me, automaticamente deve obbedire alla linea editoriale del giornale e non può esprimere liberamente la propria opinione. Io ero un impiegato e il giornale obbediva al proprio interesse economico. Questo per spiegare perché la vignetta disegnata era direzionata, per dire così, senza troppa libertà.

Col passare degli anni, arrivato intorno ai 50, passando per tutto questo processo impiegatizio, il Brasile arriva a un momento politico molto interessante. Si sviluppa un nuovo modo di comunicare e mentre prima era difficile che un lettore ti scrivesse, o che ti garantisse un feedback, adesso con i social media si può pubblicare e avere un feedback rapido, un’opinione diretta sul lavoro pubblicato. Per i brasiliani, a causa delle ultime elezioni, questo fattore si polarizza tra due estremi, di destra e di sinistra.

L’imprigionamento di Lula e la campagna aggressiva di Bolsonaro hanno preso tutti di sorpresa, e si è scoperto che la mentalità di una grande parte della popolazione brasiliana si rispecchia con le idee politiche di Bolsonaro, nonostante la quantità di fake-news usate durante la sua campagna elettorale; le quali sono uno strumento fondamentale per l’esito della campagna presidenziale di Bolsonaro.

In questo momento il mio lavoro entra in una fase creativa critica. Ho cominciato a chiedermi che cosa stessi facendo. Facevo un lavoro pautado”, un lavoro freddo, per pagare le bollette. Quindi ho deciso di lavorare per la mia opinione, per il mio pensiero; per qualcosa che servisse come strumento di protesta, di allerta, di critica sociale e politica.

Pensai di dover fare una scelta che mi garantisse libertà artistica, nonostante dall’altro lato non mi rassicurasse sulle bollette. Lasciai il giornale e optai per un tipo di lavoro critico e pesante contro il governo per rispondere all’aggressività della campagna di Bolsonaro. Cominciai a usare il loro stesso linguaggio e la sua forza come fosse un riflesso, ma rivoltato in chiave critica, per commentare e riflettere sulle notizie che ascoltavo giorno per giorno.

Attualmente, quindi, anche se utilizzo altri social come Facebook e Twitter, il mio strumento principale è Instagram. Attraverso questi, seguo con la mia critica la campagna del governo e commento la questione sociale del Brasile: la povertà, la miseria, la corruzione, la violenza… Sono cose che ultimamente in Brasile sono aumentate in modo spaventoso. È un paese senza governo – a deus dará, come si dice. Ho pensato che fosse il momento di smettere di fare disegno umoristico per l’umorismo, “a grasa pela grasa”, per l’intrattenimento. È il momento di utilizzare l’umorismo come arma contundente: nonostante derivi da un semplice disegno, esso può essere critico e assumere un peso politico – che è quello che cerco di fare quotidianamente.

Una cosa che alimenta molto il mio lavoro sono infatti le notizie giornaliere, che mi colpiscono e mi lasciano indignato, per il malcontento generale, la corruzione e la miseria; la violenza di cui si parla ogni giorno… Quando disegno è come se vomitassi, come se cercassi di abortire tutte le angustie della realtà; e quando termino il disegno, e quindi l’adrenalina, cerco di liberare quest’energia pubblicando e commentando il mio lavoro. È come se fosse una terapia personale ed emozionale contro la mia indignazione per ciò che accade nel paese.

La facilità della comunicazione odierna pone l’artista in un confronto diretto col pubblico e quindi con le sue opinioni. Questo confronto significa qualcosa per te o la tua arte segue comunque un percorso individuale?

Come ho già detto, grazie a Instagram il lavoro di un artista ha un feedback rapido e chiaro. È qualcosa che ho scoperto di recente, in verità, e che sto sperimentando. La ripidità di un’informazione che può essere data attraverso un Tweet, ad esempio, dà una notizia e in alcuni minuti già hai un mucchio di commenti in proposito. Al mio lavoro cerco di dare lo stesso tipo di agilità. Quindi l’informazione postata è sviluppata in modo creativo e ha un impatto rapido e critico. Lo carico e ho già un feedback. All’inizio, prima di commentare l’ultima campagna elettorale, postavo anche alcune illustrazioni sul comportamento umano. Il mio lavoro divenne molto polarizzato e cominciai a ricevere critiche molto pesanti a riguardo, così come mi accorsi di avere intorno molte persone che avevano affinità col mio linguaggio e approvavano le mie idee.

Questa questione della critica attraverso il disegno ha un altro fattore rilevante. Alcune persone hanno cercato di censurarmi. Durante la campagna c’è stato molto commentario, molto trambusto; molte minacce implicite ed esplicite, anche tramite chat, per le quali mi spaventai pure, poiché non ero abituato a tutta questa riprovazione e indignazione per quel che facevo. Ho ricevuto persino commenti dai pezzi grossi del partito di Bolsonaro tramite chat… Un sacco di minacce, asserendo che stessi promulgando informazioni false. Proprio questo mi ha dato la forza di continuare sulla stessa linea. Che tipo di democrazia può essere quella che mi vieta di esprimermi liberamente e di avere un’opinione differente?! È proprio questo che mi ha dato l’energia per continuare a lavorare. Non potevo sopportare la sensazione di una dittatura militare.

I tuoi disegni rappresentano in un modo più crudo che ironico il “simbolo” della realtà, ovvero, un tipo di violenza che prima è ideale (di propaganda) e successivamente si realizza. Da questo punto di vista, cosa significa Violenza per te, Gilmar? Quanto è importante denunciare per un artista, cioè, esistere nella propria società?

Durante la dittatura in Brasile, tra il 1964 e il 1985, “as receitas de bolo”, ovvero le ricette per torta, apparivano tra le notizie del giornale al posto degli articoli di denuncia contro la corruzione, la tortura e gli assassinii, censurati dal regime militare

La violenza nei miei disegni è qualcosa che affronto spesso, soprattutto negli ultimi tempi, questo guardandoli lo si nota facilmente. Onestamente, non so se riescono a compiere la funzione di allerta, di scandalizzamento contro la violenza. La violenza è un fattore che negli ultimi tempi in Brasile sta crescendo molto, in tutti settori, in ogni luogo. Nelle grandi città come nelle più piccole. Rio de Janeiro, ad esempio, è il simbolo di questo tipo di violenza esplicita in Brasile. La sensazione che si ha uscendo di casa – che sia a piedi o in bicicletta o utilizzando i trasporti pubblici – è quella di entrare in una specie di roulette russa. Una persona esce di casa e non sa se ci ritorna. Questo è il tipo di violenza che al momento è presente in Brasile. Quello che succede altrettanto spesso è la banalizzazione della violenza. Prima ci si spaventava, ci si scandalizzava ascoltando notizie di violenza o di morte a causa di un’arma da fuoco o cose del genere; oggi invece è comune, è considerato scontato che avvenga un crimine contro un’altra persona. È banale, è così… oggigiorno è comune che si attenti alla vita di una donna o di chiunque altro per rubargli il telefono o il portafoglio o comunque piccole quantità di denaro. Mentre per me attentare alla vita di un altro essere umano è qualcosa di estremamente grave… Ripeto, non so se ciò che disegno ha la funzione di dare un’allerta, di inibire questo fattore di banalizzazione; non ho un termometro per questo. Nel mio piccolo cerco di comunicare una protesta giorno per giorno attraverso questo modo di disegnare.

Hai mai avuto modo di relazionarti con artisti più giovani? Secondo te, qual è il loro modo di relazionarsi con l’illustrazione, e generalmente hanno lo stesso interesse per gli argomenti di cui abbiamo parlato?, oppure pensi che si tenda a cercare un altro modello artistico e altri temi?

Beh, io ho già 53 anni. Sono passato da diverse fasi dell’arte dell’illustrazione – dal giornale stampato, prima di tutte, per cui c’era un altro modo di montare testo e immagine; si chiamava Paste-up. Era qualcosa di artigianale. Dopodiché ho vissuto il cambiamento del computer. Ricordo che molte persone non riuscivano ad adattarvisi – a colorare i disegni utilizzando programmi di grafica, ad esempio. Io stesso, oggi, ancora non riesco a disegnare col tablet, in digitale; disegno su carta, em caneta; dopodiché scannerizzo e uso photoshop per modificare qualcosa.

Illustrazione per l’emergenza climatica in Mozambico

Durante questa trasformazione culturale, di metodo di lavoro, di arte, notavo che le nuove generazioni avevano già una certa dimestichezza col lavoro digitale. La maggior parte dei giovani che incontro oggi producono gran parte del loro lavoro direttamente al computer; però penso che in questo modo si perda un po’ dell’emozione che si prova disegnando a penna, su carta. Io ad esempio lavoro traspirando parecchia emozione, diciamo così, nel disegno. Ossia, attraverso la penna penso che sia più facile trasmettere emozioni sul foglio. Attraverso il tablet o qualsiasi altro tipo di materiale digitale, penso che sia più difficile ottenere lo stesso risultato, in termini di sensazione.

Ho sempre cercato di relazionarmi nel migliore dei modi con i giovani disegnatori. Rimanevo molto impressionato durante alcuni eventi del fumetto per il talento incredibile che molti di loro dimostravano. Un tipo di disegno super moderno, super nitido. Ovviamente oggi c’è una grande differenza per quanto riguarda l’ispirazione, rispetto al passato, e la scelta. Internet dà una grande varietà di scelta; i giovani artisti sul tablet hanno un mondo di ispirazione. Ricordo che quando cominciai a fare questo non c’era quasi nessuna referenza. La gente comprava una o l’altra rivista e queste erano quanto avevamo per informarci. Oggi è impressionante – rimango incantato per la qualità del lavoro di molti giovani artisti che ho incontrato. Non solo per il materiale digitale quanto anche per i lavori su carta, come gli acquarelli e i dipinti.

Penso che i giovani hanno a disposizione un universo “nerd” composto da film e cose simili; videogiochi, eccetera… Penso che questo gli permetta molto di ispirarsi, basandosi sull’arte dell’intrattenimento e dell’universo “nerd”, diciamo così. Non so se sia proprio la risposta che cercavi.

Per una parte. Per quanto riguarda invece le tematiche e i problemi affrontati, pensi che siano gli stessi che i tuoi?

Penso di sì. Attualmente chi fa charges politiche, o historias em quadrinhos, o qualunque altro tipo di lavoro con questo tema, affronta le stesse problematiche di mercato; come trovare una pubblicazione, ad esempio. Certo, nel passato esistevano anche altri problemi, ma al giorno d’oggi, indipendentemente dall’età e l’esperienza che si hanno in questo campo, a grandi linee esistono le stesse difficoltà, che sono causa della realtà dell’epoca in cui viviamo.

Illustrazione per la strage di Suzano; San Paolo, Brasile.

[1] ABC Paulista, o Região do grande ABC, è una regione tradizionalmente industriale dello stato di San Paolo. La sigla ha origine dalle tre città che originariamente formavano la regione: Santo André (A), São Bernardo do Campo (B) e São Caetano do Sul (C). A volte viene anche indicata con la sigla ABCD per la città Diadema(D), una città che non porta il nome di un santo e che secondo molti non dovrebbe essere tenuta in considerazione nel gruppo.

San Bernardo del Campo è stata una delle città più ricche della regione. Alla fine degli anni ’70 ha ricevuto forti ondate migratorie provenienti principalmente dal nord-est, in cerca di lavoro. È stata anche teatro dell’inizio politico dell’Ex Presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva.