Note di viaggio

JEFF PARKER TRA FEDE E RAPIMENTO

Francesco Petrella
Matt Elbe
concesso dalla pagina Bad Music Rising

Jeff Parker – Suite For Max Brown; [International Anthem].

Raccogliere la narrazione altrui è un atto che gioca su una coppia di movimenti. Movimento il primo di fede, il secondo di rapimento. Movimenti divergenti nel tempo che impiegano. La fede si esercita, lungamente processabile, col tempo del sermone e del reparto geriatrico. Il rapimento, il ratto, scoppia, in ogni caso. Estatico o letteralmente di rapina, di ruberia; entrambi erompono nel soggetto che li subisce, stecchito. Polarità inscindibili: fede e rapimento; Polo Nord e Polo Sud del mondo-discorso.

Copertina dell’album: “Suite For Max Brown” di Jeff Parker

Lungo questi meridiani e paralleli s’installa il discorso di Jeff Parker, [e per motivi di spazio si ricordi solo superficialmente che si sta scrivendo del chitarrista dei Tortoise, degli Isotope 217, di Makaya McCraven e quello dietro tanti dei progetti musicalmente più significativi degli ultimi 25 anni], discorso che continua e rilancia una narrazione che, per comodità, stabiliremo come spiralizzantesi attorno alla figura di Madlib e dei suoi alter-ego, specialmente Yesterdays New Quintet e The Last Electro-Acoustic Space Jazz Ensemble. Ci si riconosce spettatori della più raffinata nobilitazione della macchina, del calcolatore come interagente col processo di costruzione del fenomeno musicale. L’assunto da cui partiva Madlib, ponendo un sostrato hip-hop, era che sul beat si potesse architettare, affastellare una stratificazione strumentale, arrivando al suono d’ensemble. È l’uomo-orchestra, ma ben al di là della retriva one-man-band. Quando il beat àncora e schematizza rigidamente la struttura, chiunque può apportare la propria musicalità, senza intaccare anzi, accentuando il processo creativo. È una struttura impostata, continuamente ripetibile, passibile di infinite modificazioni. Terra di nessuno.

A 19 anni da “Angles Without Edges” di Madlib, questo discorso è rimesso in discussione, ripetuto da “Suite For Max Brown”. Oltre il gioco combinatorio, sta la dissonanza tra contenuto e forma. Max Brown è la madre di Parker, il tema fiottante nell’album è domestico, quotidiano; se vogliamo, scorre in parallelo con la forma jazz, la principale direttiva della carriera del chitarrista. Pure, Parker non ha voluto affidarsi alla rassicurazione del dire-oggi o del già-detto, spazza via l’ingombrante tentazione di essere padrone della sua storia e dunque di se stesso. Si affida alla contaminazione, a un inventario continuativo di linguaggi, sempre ampliato dagli ospiti chiamati a suonare con lui.

(Film by Mikel Patrick Avery )

“Suite for Max Brown” non è statico, è multi-forme, in divenire ma forzato entro il blocco strutturale del beat. Sì che domani, – un domani, chiunque potrebbe modificarlo, alterarne i toni, le sfumature ed esso rimarrebbe comunque saldo, sempre uguale a sé stesso, o ai suoi stessi principi. L’attacco del primo brano è uno scoppio, rapimento, che poi si dipana per tutte le dieci tracce; ma la suite è lungamente processabile, probabilmente avrà il tempo di trovare fedeli. Nei due poli, “Suite for Max Brown” apre un mondo-discorso, e per questo è un capolavoro.

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