Arte

“L’ ARTE DEL VENTESIMO SECOLO: PROTAGONISTI, TEMI, CORRENTI” – Denys Riout

Gianmarco Russo

In ‘L’arte del ventesimo secolo’, Denys Riout attraversa ed analizza le fasi più significative che hanno caratterizzato l’ evoluzione delle arti (visive e non) durante la fine dell’ ‘800 e per tutto il ‘900, in un testo ben articolato, discorsivo e non toppo tecnico, diviso in 5 macro aree: l’ arte astratta, la seduzione del reale, riferimenti e modelli, dalle belle arti alle arti plastiche, l’ artista ed il suo pubblico.

Durante la lettura del testo ci accorgiamo come qualcosa stia cambiando nel mondo dell’ arte, e non si parla tanto dei temi o soggetti, ma si inizia ad avere una visione diversa dell’arte, un diverso approccio: gli artisti sentono il bisogno di rompere gli schemi ed i paletti che hanno sempre posto dei “limiti” non dichiarati alle rappresentazioni e per farlo urlano con proclami, manifesti ed azioni al fine di attestare la loro volontà di far conoscere ed intendere le loro intenzioni. È la testimonianza della manifestazione di un desiderio di chiarimento ed un bisogno di sperimentazione concettuale.

Il primo limite che viene violentemente distrutto è quello del legame che l’ arte ha con il mondo visibile: nasce l’ arte astratta e muore il concetto di “oggetto” nei quadri, come afferma Kandinskij “[…] Seppi così in modo preciso che l’ oggetto nuoce ai miei quadri.” Il primo nemico dell’ artista diventa la rappresentazione stessa, e, allontanandosi da essa, l’ autore viene trasportato in un nuovo modo di concepire l’ arte dove è concesso comporre forme e colori senza la necessità di ‘rappresentare’ qualcosa, dove può giocare con la razionalità e condurla dove regna l’ emozione: l’ arte “suscita” qualcosa, non comunica chiaramente ma spinge lo spettatore a cercare di comprendere.

Le prime mostre pubbliche che ospitavano opere derivanti da queste correnti si trasformavano, a volte, in campi da battaglia dove regnava un clima di tensione accompagnato da violenze verbali (ne è un esempio la mostra che ebbe luogo a Pietrogrado dal titolo ‘Seconda esposizione futurista di quadri 0,10’ dove pittori “professionisti” ed i “suprematisti” capeggiati da Malevič si additavano gli uni gli altri senza accettare alcun compromesso. Nasce, in questo clima di scontri, il “Quadrato nero” di Malevič (1915), opera che meglio esprime il moto rivoluzionario che si stava attuando nelle sale delle mostre e nelle case degli astrattisti: un quadrato nero incorniciato con un bordo bianco si isola dall’ esterno e rinnega qualsiasi contatto con la natura. Anche se può sembrare banale, quest’ opera celebra la nascita di una nuova arte che non deve nulla al passato, che rivoluziona la propria definizione e la eleva quasi ad un livello mistico.

Malevič “Quadrato nero”

Questo senso critico e di malessere che gli artisti dei primi del ‘900 stavano manifestando non si limitava solo al campo delle arti, ma viene influenzato anche dal contesto politico in cui si trova: ne è un esempio quel movimento culturale nato in Russia sotto il nome di ‘Costruttivismo’, in cui l’ arte viene vista non solo come mezzo per soddisfare i “piaceri sensoriali” ma si fa propaganda e si impegna in scopi sociali, trovando il suo apice rappresentativo nella Terza Internazionale (o Comintern) con l’ opera ‘Monumento alla Terza Internazionale’ di Vladimir Tatlin.

Il carattere di riforma, rivoluzionario e le competenze acquisite nel campo della creazione estetica vengono utilizzate per modellare il quadro della vita quotidiana: nasce il De Stijl ed il movimento architettonico del Bauhaus. In questa atmosfera, forme geometriche pure (come, appunto, il quadrato), l’ esaltazione della ricerca estetico-formale, l’uso rivoluzionario del colore che si separa dalle forme che lo contengono ed le nuove concezioni di costruire ed arredare fanno trasparire le speranze rivoluzionarie ed il “ribollimento politico” (come afferma Riout) che trovano la loro massima espressione nello slogan “Morte all’ arte!”, baluardo delle correnti artistiche che criticano la mancanza del legame tra l’ arte del passato e la teologia, la metafisica ed il misticismo. Malevič stesso esprime il desiderio di abbandonare il pennello in quanto “inetto a penetrare nelle sinuosità del cervello” al fine di una pura ricerca speculativa.

Quindi, ad uno Stalin che promuoveva le forme immediatamente comprensibili a tutti, edificanti, al servizio di una ideologia rivoluzionaria e prodotte dagli artisti che, ora, assumono il ruolo di ‘ingegneri delle anime’, si contrappone l’ottica nazista di un Hitler che addita, e disprezza, i movimenti nascenti come la manifestazione di una degenerazione, definendoli stravaganti, assurdi, impudenti, distruttivi della cultura popolare e si fa “cavaliere” di una guerra spietata al fine di liberare la società dalla decomposizione culturale. Tutto ciò costrinse molti artisti a lasciare l’ Europa ed a scegliere l’America come luogo d’ esilio, portando con sé parte dell’ astrattismo europeo che stava già prendendo piede nel Nuovo Continente e quell’ influenza di pensiero verso cui gli americani storcevano il naso.

Merita una nomina Jackson Pollock, che si fa vece di un nuovo metodo di concepire la composizione pittorica nella scena americana e nel mondo: il dripping. Dal significato inglese “sgocciolare” e derivato dall’ action-painting, questa tecnica prevedeva di disporre la tela non più in verticale su un cavalletto, ma a terra, mettendo in risalto il gesto compositivo dell’ artista e dando importanza alla fase creativa più che al risultato stesso.

Pollock “Bosco Incantato”

Nel frattempo, l’ Europa dell’ immediato dopoguerra si vede mutilata dai traumi che le guerre hanno causato, sente la necessità di svincolarsi dall’ incubo passato e vuole fermamente celebrare la ritrovata libertà. L’ arte astratta rinasce soprattutto in Francia, sotto nuove sembianze non catalogabili in nessun sistema tassonomico ed accompagnate da un fervore artistico e creativo. Ne è un esempio Georges Mathieu che porta in scena la ”estetica della velocità” nel teatro Sarah Bernhardt (1956) in cui dipinge in 30 minuti un quadro di grande formato (4×12 m) di fronte ad un pubblico di mille persone: l’arte astratta è diventata un fenomeno di società e l’ atto creativo ne è protagonista.

Ovviamente non mancano le critiche dei “puristi” dell’arte, con cui affermano che metodi di esecuzioni simili sono tali da aprire la strada ad ogni “imperizia tecnica, superficialità e presunzione ed inettitudine”, come afferma Robert Rey, ma l’ arte astratta è un nuovo campo che va al di fuori delle concezioni che hanno definito e catalogato l’ arte del passato: ogni artista moderno non soltanto inventa la propria estetica, ma anche la propria tecnica.

La singolarità delle tecniche dettate dall’ estetica della velocità di Mathieu si contrapponevano alla concezione dei “multipli” di Vasarely: mentre le prime assumono un’ autenticità unica, dettata dal rapporto che si viene a creare tra l’ artista e la sua creazione dimostrata da un’ aura irripetibile e quasi viva, le seconde opere sono caratterizzate dalle qualità di essere accessibili a tutti, a buon mercato, prodotte in numerosissimi esemplari senza perdere la loro autenticità in quanto prodotte sotto la supervisione dell’ autore.

Successivamente agli anni ’60 e ’70 si registra una caduta delle utopie tipiche dell’ astrazione, si rinuncia ad ogni fede nel progresso spirituale dell’ umanità e vengono meno quelle speranze atte alla costruzione di un nuovo mondo, anche se ancora alcuni artisti resistevano e difendevano questi ideali. Nascono e si affermano nelle opere, così, delle figure ricorrenti che si rendono rappresentanti del “radicalismo astratto”: la grata ed il quadrato.

La grata è, come definisce Riout, “una struttura che ha le caratteristiche del mito” che annuncia, con una certa gravità di tono, la volontà di silenzio dell’ arte moderna, la sua ostilità nei confronti di altre forme d’ arte e l’autonomia stessa dell’ arte.

D’altro canto, il quadrato conferma il concetto già esposto da Malevič, definendo se stesso, svincolandosi da tutto ciò che ha intorno e, citando Von Doesburg, diventa per gli artisti “quello che fu la croce per i primi cristiani”.

Entrambe le figure, combinate tra loro, generano una prigione in cui l’ arte astratta viene rivoltata come un guanto contro le sue origini idealistiche, si isola e si dissolve, e si fa denuncia della perdita di un simbolismo atto ad avvicinare l’ uomo all’ infinito. Questo concetto prende forma in una  malinconica espressione di Peter Halley, che, inizialmente, afferma che Dio (come rappresentante del mistico nell’ arte) è morto, poi: “Dio non è morto del tutto, è entrato in un’ agonia interminabile che prosegue tuttora”.

Mentre gli astrattisti vivevano i loro moti rivoluzionari, sfociati poi in una “crisi” mistica, Pablo Picasso e Georges Braque si davano battaglia amichevolmente a colpi di fogli di giornale: è la genesi del collage e del papier collé. Ancora una volta si osserva una rivisitazione delle tecniche conosciute ed utilizzate durante tutta la storia dell’ arte, in cui, tramite l’ uso di frammenti di articoli di giornale, carta da parati, spartiti musicali (ecc.), l’ opera plastica si elabora a partire da frammenti direttamente prelevati dalla trama del reale per rappresentare le forme del mondo. È da tenere a mente come i materiali utilizzati all’ interno delle opere non vadano considerati semplici materiali  esclusivamente al servizio di un’ organizzazione plastica, ma diventano essi stessi protagonisti ed oggetto dell’ opera, assumendo il ruolo che effettivamente hanno e comunicando proprio la loro funzione specifica. Ed ancora, come scrive Riout, “elementi ricavati dal mondo dell’ arte o dall’ universo del quotidiano, vengono considerati idonei a un’ integrazione diretta nell’ opera in corso , a volte esclusivamente costruita partendo dalla loro iconografia”. Degna di nota tra le correnti ereditiere del collage è certamente quella del ready-made (“manufatto di serie”) dove, come è scritto nel Dictionnaire abrégé du surréalisme, “un oggetto di uso comune viene innalzato alla dignità di opera d’ arte per la semplice scelta dell’artista”. Ne è un esempio la “Ruota di bicicletta” (1913) di Marcel Duchamp, autentico collage tridimensionale nato quasi per caso e di cui oggi non vi è traccia dell’originale ma, Duchamp stesso afferma, “la replica di un ready-made trasmette il medesimo messaggio dell’ originale” in quanto si punta all’ efficacia dell’ intenzionalità e l’ Opera non deve essere confusa con l’ oggetto che la rappresenta.

Joseph Beyus “I like America and America likes me”

Nel frattempo, in Russia, lo stato d’ animo che alimenta l’ avanguardismo futurista si fonda con le speranze nate dalla Rivoluzione, e l’ uso di materiali da costruzione (alluminio, latta, zinco, legno, rame ecc.) da parte degli “artisti-ingegneri”, che rimandano alla sfera della fabbricazione, generano quella corrente conosciuta come Costruttivismo: “Alla fabbrica! Dove si prepara il trampolino inaudito che permetterà all’ uomo di effettuare  il salto nella cultura universale. Questo cammino si chiama COSTRUTTIVISMO.” ( da “I costruttivisti si rivolgono al mondo”). In questo clima viene rinnegata l’ autonomia dell’ arte, la sua natura “museale” ed in essa prendono posto, accanto alla pittura e alla scultura, anche il collage e la costruzione.

Si potrebbe ancora parlare a lungo di come Denys Riout abbia affrontato le correnti qui descritte e quelle future, di come l’ arte si sia allargata ed abbia volto il proprio sguardo al di fuori del contesto europeo o americano, di come la fotografia, la radio e la televisione abbiano assunto un ruolo sempre più importante all’ interno delle rappresentazioni artistiche, non solo per “raccontarle” ma diventando esse stesse parte integrante dell’ opera, o perfino l’ elevazione ad opera d’arte del cattivo gusto con l’ arrivo del kitsch; ciò che traspare dall’ analisi del ‘900 è che sia stato un secolo di svolta per il mondo dell’ arte, di dubbi e di crisi, di riscoperta del mistico e del suo abbandono, certamente risulta un’ epoca non analizzabile escludendo le vicende politico-storiche e che non si è ancora conclusa, rendendo impossibile una sua catalogazione con le classiche “etichette” che definiscono periodi storici o artistici, e rendendoci incerti su come proseguirà il suo percorso, le sorprese e le emozioni che ci riserverà.