Arte Letteratura

La storia sulla pelle: la metamorfosi teatrale di Giorgio Albertazzi in “Adriano”

di Enrico Molle

Poco più di tre anni fa ci lasciava Giorgio Albertazzi, uno degli attori italiani più iconici ed eclettici di sempre. Tra i primi divi televisivi, con una folta filmografia, Albertazzi si è distinto principalmente per il teatro, nello specifico per la grande e irreprensibile interpretazione dell’Imperatore Adriano, nell’adattamento teatrale del romanzo Le Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar. L’opera letteraria si presenta sotto forma di una lunga epistola destinata dall’anziano Imperatore al nipote adottivo Marco Aurellio e racconta la vita pubblica e privata di Publio Elio Traiano Adriano, dagli anni dell’infanzia sino agli ultimi giorni di vita, nei quali il Princeps, ormai stanco e fiaccato dagli acciacchi dell’età, si prepara ad accogliere la morte. In una sorta di biografia, per mano della Yourcenar, Adriano riflette sul suo operato e al contempo si abbandona a riflessioni squisite sull’arte, la filosofia e l’amore.

Nel 1989 quest’opera ha avuto un fortunatissimo adattamento teatrale voluto dal regista Maurizio Scaparro, che curò la riduzione del romanzo insieme a Jean Launay e scelse Giorgio Albertazzi per interpretare l’Imperatore. La prima dello spettacolo si tenne il 31 luglio a Villa Adriana e per i successivi ventisette anni è stata tra le più amate e seguite del teatro italiano e internazionale, divenendo un vero e proprio cult del genere.

Lo spettacolo, che prevede un’unica voce narrante, si presenta dunque sotto forma di monologo e si pone come uno degli esempi più riusciti di quella sperimentazione che si definisce drammaturgia di origine non drammatica[1], estranea alla tradizione, ma che ha riscosso un successo sempre maggiore nei repertori dei teatri e dei registi italiani. Partendo da questa sua peculiarità, ovvero quella di avere un singolo interlocutore con il pubblico, è chiaro che gran parte del peso della riuscita dell’opera dipende esclusivamente dalle capacità dell’attore. La scelta di Albertazzi, dovuta anche ai suoi tratti somatici molto vicini all’ideale mediterraneo, si è rivelata perfetta: la sua interpretazione si pone difatti come un’espressione artistica stupefacente e meravigliosa, caratterizzata da una sinergia di ingegno, passione e genialità.

Dopo la prima messa in scena, quella appunto del 1989, che prevedeva la cornice surreale e magica di Villa Adriana, lo spettacolo venne portato nei teatri per innumerevoli repliche, avendo come suo interprete sempre Giorgio Albertazzi. L’attore per quasi tre decenni ha vestito i panni dell’Imperatore Adriano, inizialmente entrando e uscendo dalla parte, poi, negli ultimi anni, finendo per diventare Adriano stesso, sovrapponendo la sua esistenza a quella del Princeps romano.

«No, non mi stanco. Non mi trucco. Mi metto quella palandrana bianca addosso e vado verso la mia avventura»[2] diceva Albertazzi in un’intervista del 2007, pronto ad andare in scena al Teatro Argentina di Roma per interpretare Adriano un’altra volta, l’ennesima, certo non l’ultima, anche se l’ultima sarebbe dovuta arrivare. E ogni volta che lo interpretava giungeva prima lo spettro dell’Imperatore che prendeva il corpo dell’attore, lo costringeva ancora nella palandrana bianca e lo ricacciava in quel vuoto scenico, tra ombre e silenzi, folla e parole, a rievocare i suoi spettri. Di fatto ciò è quanto è accaduto per ventisette anni: quella palandrana bianca è passata da un corpo dissolto nei secoli a un corpo che, dentro quella veste, è invecchiato e ha assorbito gli stessi dolori e gli stessi malanni che spinsero Adriano oltre il confine della vita.

D’altronde, pur distanti ben diciotto secoli, nelle due personalità si possono ravvisare alcuni tratti comuni, che inevitabilmente si pongono come causa ed effetto dello straordinario successo dello spettacolo teatrale. Si può affermare che Albertazzi non è stato un semplice interprete di Adriano, ma è stato l’uomo che probabilmente più di ogni altro possedeva le caratteristiche per rappresentarlo al meglio. L’attore infatti, come l’Imperatore, si è fatto portavoce della bellezza del mondo e del valore dell’arte. I due condividono questo tratto fondamentale che, già punto cardine del romanzo, diventa il fulcro dell’opera teatrale. Lo stesso Albertazzi affermò: «l’Imperatore e io ci incontriamo sulla bellezza. Adriano ha costantemente seguito un suo ideale di bellezza salvifica che anche io rendo perno della mia esistenza»[3].

Inoltre, l’emblematico volto dell’attore, grazie alla sua espressività dai tratti dolci e rassicuranti, ha sempre concesso sorrisi dosati e sguardi profondi, contraddistinti però da grande serenità: sapendo di intrepretare un esteta, Albertazzi ha scelto di suggerire, tramite la sua figura sulla scena, l’idea del bello come approccio alla vita. Succede dunque che nell’ambito dell’amore purissimo per la bellezza intrinseca e all’interno della dimensione estetica, si sintetizza la vocazione teatrale di Adriano e, mutuate le epoche e le cose, quella stessa dell’attore.

Come accennato prima, Albertazzi è invecchiato interpretando Memorie di Adriano[4], quindi l’avanzare dell’età e l’avvicinarsi alla fine della vita, ha inevitabilmente reso negli ultimi anni la sua performance sempre più credibile, ponendo appunto la vecchiaia come un ulteriore fattore, probabilmente quello definitivo, che, oltre all’amore per l’arte e per il bello e le fattezze fisiche mediterranee, ha unito una volta per tutte l’attore al suo personaggio. Nell’ interpretazione dell’Imperatore, Albertazzi ha attuato una fusione di identità sconfinate e confinanti che dialogano, si mascherano a vicenda, si colmano l’una dell’altra nell’infinita esperienza dialettica e trasformante del teatro. Sulla scena il suo monologo è andato riducendosi, diventando sempre più essenziale e più d’effetto, racchiudendo in poche riflessioni la storia particolare, che poi è universale, di un uomo.

Non senza una nota di nostalgia, nel corso degli anni si è potuto osservare che la vicinanza tra attore e personaggio sia aumentata proprio grazie al passare del tempo che lentamente fiaccava nel fisico Albertazzi, permettendo quindi di sovrapporre le due figure in un’armonia quasi magica e mistica.

Per l’attore toscano Memorie di Adriano non è stato uno spettacolo come tutti gli altri, ma un’espressone esistenziale, una relazione prodigiosa e onnipotente di essere e non essere, di dire e non dire, di verità e finzione ancora più vera, la quintessenza dell’arte scenica nella sua più alta epifania.

Si può serenamente dichiarare che Albertazzi non ha interpretato Adriano, Albertazzi è stato Adriano. Ogni volta che saliva sul palcoscenico si armava come un guerriero e scendeva nell’arena per uccidere il toro, trovandosi davanti a una folla di uomini e donne, di spettatori tutti desiderosi di abbracciarlo e complimentarsi con lui.

Trasformandosi in Adriano numerosissime volte, Albertazzi ha unificato la due esistenze, riuscendo così a consegnarsi definitivamente con una fine che sa di nuovo inizio, lasciando ancora accesi nella nostra memoria i dubbi e le domande che ci suggeriva attraverso le parole dell’Imperatore, che ormai erano le sue parole. Anche nell’ultima fase della sua vita, l’attore è stato lì, sul palco, il posto dove probabilmente si sentiva più a suo agio, dove forse veniva fuori la vera essenza dell’uomo oltre l’attore, dove ancora una volta era Adriano. Da questo legame indistruttibile si può evincere quanto sia difficile liberarsi dall’amore per un fantasma, rappresentato in questo caso da un personaggio intrepretato per decenni. A conferma di questo sentimento di unione, troviamo le parole dello stesso Albertazzi, l’ultimo Imperatore del teatro, che confessava: «Una volta ho detto che sulla mia tomba avrei voluto una frase di Rimbaud. Ora vorrei metterci: Per molti anni fu Adriano»[5].


[1] Opera teatrale che prende vita da un testo non destinato alla rappresentazione.

[2] F. Felli, «Giorgio Albertazzi: un poeta, forse» in Il Giornale di Rieti (versione online), 16 marzo 2009.

[3] R. Sala, «Adriano e i suoi fantasmi» in La Stampa, 2 agosto 1989.

[4] Il titolo dell’opera teatrale differisce dall’originale dell’opera letteraria per la mancanza dell’articolo “le”.

[5] S. Di Michele, «Giorgio Albertazzi e il suo Imperatore» in Il Foglio (versione online), 30 maggio 2016.