Letteratura

Lo scemo del villaggio

Lucia Vitale

Lo “scemo del villaggio” designa quel tipo un po’ strano che sembra non starci con la testa. Lui si aggira per le strade del centro chiedendo del denaro, parlando tra sé e sé a voce alta oppure cantando e urlando senza curarsi dei passanti. Insomma, lui è un individuo che non passa, di certo, inosservato! Ridere di lui/lei non è poi così negativo se a questa nostra reazione istintiva seguisse un atteggiamento più comprensivo nei confronti di chi, forse, non abbia avuto così tanta fortuna nella vita.
A questo punto, sembrerebbe calzare a pennello un esempio fatto dal premio Nobel della letteratura italiana Luigi Pirandello, il quale vuol mettere in evidenza la differenza tra il comico e l’umorismo. Egli ci parla di una “vecchia imbellettata”, conciata pateticamente come una giovane ragazza.  Chiunque la troverebbe ridicola! Eppure tutto cambierebbe se ci si fermasse a riflettere: e se lo facesse perché non vuole lasciarsi scappare il marito molto più giovane di lei? Il comico, quindi, si ferma all’apparenza mentre l’umorismo scava più a fondo e, in questo caso, direi che scava nell’animo dell’anziana donna.
Ma c’è chi, purtroppo, non è così comprensivo e chi, nel peggior dei casi, non si cura di ferire i sentimenti dell’altro.

E se ciò influisse sulla sanità mentale dell’essere umano? È quello che ci racconta Fabrizio De André attraverso il brano dal titolo Un matto (Dietro ogni scemo c’è un villaggio), tratto dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo del 1971. Si tratta della storia di un uomo (ispirata dall’Antologia di Spoon River) che si ammala mentalmente a causa delle maldicenze di paese. In un’intervista il cantautore genovese afferma che Un matto parla di uno scemo del villaggio, uno di quei personaggi sui quali la gente scarica, con ignobile ironia, le proprie frustrazioni; quest’uomo, per invidia degli altri, impara a memoria la Treccani e, successivamente, viene chiuso in manicomio, forse perché è impazzito o forse perché ormai ne sa troppo. Così agli altri torna comodo chiamarlo pazzo.

Il cantante introduce, in questo brano, il tema dell’esclusione sociale. Come in tutti i suoi testi, De André preferisce dar voce agli ultimi, agli esclusi, a quella fascia della popolazione tagliata fuori dalla società. In questo caso, l’escluso è lo “scemo del villaggio”, il “pazzo”. Da non dimenticare che gli anni in cui Faber lancia questo brano sono anni che rivoluzionano le strutture presso cui sono ricoverati tutti coloro affetti da disturbi mentali. Nel XX° secolo si sono susseguite tre leggi riguardanti questa tematica. La prima è la legge giolittiana del 1904 secondo la quale “debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette da qualsiasi causa d’alienazione mentale quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo”.

In realtà, si trattava di un internamento coatto di persone affette da distrubi e non, tra cui anche gli omosessuali. Questa gente non veniva curata, bensì detenuta e maltrattata attraverso, ad esempio, i disumani elettroshock. La legge fu sostituita dalla “legge Mariotti” del 1968 che iniziò a spianare il terreno alla “legge Basaglia” che entrerà in vigore nel 1978. 
La nostra amata poetessa Alda Merini, altro premio Nobel della letteratura italiana, dedicherà una poesia allo psichiatra Franco Basaglia, responsabile della chiusura dei manicomi in Italia.  Dopo 9 anni trascorsi all’interno di un manicomio, la Merini si indirizza a lui dicendo “la cosa più inaudita, credi, è stato quando abbiamo scoperto che non eravamo mai stati malati”.  Basaglia, quindi, rivoluziona il mondo della psichiatria. I manicomi vengono sostituiti con i centri di salute mentale, dove ci si può ricoverare in maniera del tutto volontaria, ad eccezione di casi gravissimi; viene riconosciuta, quindi, una “coscienza di malattia”, nel senso che c’è chi, riconoscendo di avere dei problemi, decide di farsi curare. Parte della cura è lo stabilire rapporti con l’altro attraverso la condivisione. Vengono organizzate, ad esempio, molte attività che possano aiutare il paziente a sentirsi parte integrante della società. Si parla finalmente solo e soltanto di curare il paziente nel rispetto dei diritti inviolabili.  
Direi, per concludere, che Fabrizio De André e Franco Basaglia hanno qualcosa che li accomuna: entrambi posseggono quella comprensione che li aiuta a guardare con occhi solidali nei confronti dell’altro.