Particularia

Prima che mi dimentichi – Roberto Buttazzo

di Eleonora Tondo

“Che fai? Dipingi?”
“No, scrivo.”
“E cosa scrivi?”
“Quando finisco di dipingere lo saprai.”
(Roberto Buttazzo)

È in questo dialogo, breve ma dalla grande forza espressiva, che si può cogliere l’intero significato di Prima che mi dimentichi – Episodi, incontri e storie nel mio viaggio artistico, il libro di Roberto Buttazzo, artista salentino.
È un libro che oltre a leggersi, si vede e si sente. Un libro scritto da acquerelli, olio e pastelli. Un libro scritto da voci e parole che ritornano dal passato chiedendo: “Ti ricordi?”

Roberto Buttazzo

In un’epoca di immagini veloci, l’autore intinge il pennello nell’inchiostro per raccontare con tinte vivaci di quelle singole tessere di mosaico che accostate donano sfumature alla vita. Scrive, dunque, aneddoti e riflessioni su pagine dipinte, da cui sbalzano fuori i ritratti di amici e artisti che dialogano con l’autore e con il lettore creando un legame oltre il tempo e l’oblio.
È come se l’autore dicesse “prima che io mi dimentichi, permettimi di raccontarti…”, garantendo nello stesso tempo un posto sicuro a quegli incontri e a quei momenti che hanno caratterizzato la vita dell’artista; tra le righe, infatti, si legge: “Strana avventura l’esperienza artistica, si acquisisce col proprio intuito, ma si alimenta con i rapporti umani.”

Scrivere un libro non è opera di tutti i giorni, soprattutto se si tratta di una biografia di un artista. Se poi è il pittore stesso a raccontarsi, è un qualcosa di prezioso: non ci sono mediazioni e filtri e si percepiscono, come in questo caso, le emozioni e il tono della voce, talvolta ironico, talvolta commosso.
La scrittura rappresenta una nuova avventura per Buttazzo che, tuttavia, dimostra sin dalle prime pagine grandi capacità di dialogo e spigliatezza. Del resto, è una persona a cui piace, da sempre, sperimentare e aprirsi verso nuovi orizzonti.

Nasce a Lequile (LE) nel 1945 e sin dall’infanzia manifesta l’amore per l’arte, come rivela: “Ho cominciato a disegnare da piccolo, sul cuoio che mio padre vendeva ai calzolai nel suo negozio, senza rendermene conto, quei disegni cominciavano a fare strada.”
Ed egli di strada ne ha percorsa davvero tanta!
Era il 1992 e Buttazzo aveva appena ricevuto una committenza importante presso la Chiesa Madre di Tricase (LE): il maestoso dipinto Il Cenacolo, di metri 8X4,25. La gioia era tanta così come anche l’esitazione nel dipingere accanto “ai grandi maestri conosciuti sui libri di scuola”, il Veronese e Jacopo di Palma il Giovane. Si può immaginare la titubanza di fronte un simile incarico! Tuttavia, un grande incoraggiamento fu quello di Don Tonino Bello, che sorridendo, guardandolo negli occhi e dandogli una pacca sulla spalla, gli rivolse un rassicurante “Ce la farai! Ce la farai!” Fugato, dunque, ogni dubbio, Buttazzo riuscì magistralmente nell’impresa e vedere il proprio nome sull’epigrafe di quello storico edificio religioso del ‘500 lo fece sentire “nell’aldilà dal di qua”.

Roberto Buttazzo, Cenacolo, 1993 – Chiesa Madre, Tricase

Molte sono le sue opere destinate a musei e spazi pubblici ma quella appena citata ha suscitato interesse e fascino particolare.
Il suo talento era visibile a tutti; era ancora uno studente, agli inizi degli anni ’60, e le sue doti artistiche facevano parlare di sé. E probabilmente di essere bravo era consapevole anche lui stesso. Ma quando a riconoscerne il merito sono veri intenditori per i quali si nutre stima… il complimento acquista un gusto diverso: “Senza di voi artisti non sarei quello che sono. Sei già un pittore!  Adesso devi solo tirar fuori la parte interiore di te” – a proferir tali parole, rivolgendosi a Roberto, fu il collezionista d’arte italiano Gianni Mattioli; frasi importanti grazie alle quali Buttazzo iniziò a guardare la realtà con occhi diversi, commentando così l’emozione: “Mi sentii leggero, era come se dal mio corpo si fossero staccate le scorie che bloccavano la mia parte creativa.”

La creatività esplose presto, accompagnando sempre la mano dell’artista, una mano che egli definisce “anarchica, ribelle agli ordini del cervello […] che non disegna senza sentimento”.
Chi mai avrebbe potuto dipingere le Retro-tele degli anni ’90, se non Roberto Buttazzo? Motiva la sua scelta di volersi smarrire dentro l’illusione della pittura con tale affermazione, “una tela con due rovesci: uno immagine della realtà, l’altro immagine di una immagine della realtà.”

Negli anni 2000-2004 spiccano le Radio-cromo-grafie. L’artista dipinge su delle lastre radiografiche, “queste fredde pellicole, oggetti della logica, le ho trasformate attraverso l’oggetto pittorico in oggetti del desiderio […] esorcizzare la morte con il colore della vita”, le descrive in questi termini in occasione della sua esposizione Idée Fixe presso la Biblioteca Bernardini, Convitto Palmieri, a Lecce nel 2019.

Roberto Buttazzo, Autoritratto radiografico, 2002 – Radio-cromo-grafia – cm. 23×15

Purtroppo, non sempre questa grande mano è stata compresa (o non si è voluto comprenderla), così non sono mancati episodi in cui di una stretta di mano è rimasto solo un dito puntato: protagoniste della vicenda sono le tre Pale d’Altare, raffiguranti le Storie di San Vito, che da ben quindici anni giacciono in esilio, lontano dal luogo sacro per cui sono nate; tre grandi tele, un mistero sconosciuto e un “L’essilio che m’è dato, onor mi tegno”, che tuona dantescamente da lontano, sono gli ingredienti che hanno fatto conoscere all’artista il sapore amaro della censura. Per quanto tempo l’arte e il potere rappresenteranno ancora un “binomio fantastico”, direbbe Rodari: cosa lega le tre Pale d’Altare alla censura? Quali sono i reali motivi? Peccato non si tratti di un esercizio di immaginazione ma di una storia vera.

Roberto Buttazzo, Le storie di San Vito, 2005-2017 – Tre Pale d’Altare per il presbiterio della Chiesa Madre di Lequile (Lecce)

Per raccontare di Roberto Buttazzo non basterebbero queste pagine, lo testimoniano le sue opere d’arte e le sue numerose esposizioni personali e collettive a Sanremo, Bologna, Grenoble, Parma, Firenze, Reggio Emilia e in tutto il Salento.
Se tante sono state le mostre nel corso degli anni, in cui ha lasciato parlare le sue opere d’arte, questa volta Roberto ha preso lui stesso la parola, condividendo i suoi ricordi. Parlando del libro, durante la presentazione, tenutasi il 12 marzo 2022 presso la Fondazione Palmieri di Lecce, dice: “Gli scritti sono una riflessione sul mio legame con l’arte, vissuta sempre come libera espressione del pensiero. Tra le pagine si affacciano diversi personaggi che ho descritto e ritratto e che sono amici cari per i quali nutro profonda stima: ricordarli mi ha permesso di riportarli in vita. Racconto di galleristi, committenti, religiosi, pittori e scultori con i quali ho condiviso esperienze significative, simpatiche provocazioni e contestazioni che avevano come unico scopo la difesa e l’affermazione dell’autonomia dell’arte e la sua libertà espressiva, spesso discriminata.”

Roberto Buttazzo, “Prima che mi dimentichi – Episodi, incontri e storie nel mio viaggio artistico”, Editrice Salentina – Galatina, 2021 (In copertina: Roberto Buttazzo, L’alchimia del pittore – 2008)

Possiamo parlare delle opere e dell’arte per ore e giorni, mesi e anni, perché l’arte è destinata a dialogare con i secoli, possiamo riscoprire le emozioni e gli stati d’animo dell’artista che affiorano dalla pittura e dalla scultura, ma quanto possiamo conoscere realmente l’artista nei suoi ricordi e nelle sue storie?

Non ci resta che raccontare! Finché i ricordi non si cancellano, le storie si scrivono e vivono ancora.
Non mi dimentico io, non ti dimentichi tu!