Attualità

Quando l’umanità perde se stessa

George Floyd

Renato De Capua

Ci sono due lupi dentro di noi. Uno è malvagio e superbo, vive nella paura, nel rancore, nella tristezza. Con orgoglio e brama si tormenta”.
Il bambino restò in silenzio, rapito dalle parole del nonno.
“L’altro invece è buono e vive nella gioia, nella speranza, nella pace e nell’amore perché è capace di umiltà e compassione”.
Con la voce ridotta a un sussurro il nonno si girò a guardare il nipote che aveva l’espressione concentrata di chi cerca di capire e infatti fece un’altra domanda.
“E dimmi nonno, quale lupo vince?”.
Il vecchio indiano fece un respiro profondo, poi chiuse gli occhi e rispose.
“Quello a cui dai più da mangiare”.

Questo passo è tratto da un’antica leggenda Cheronkee e ricorda all’uomo che è artefice del proprio destino, nonché prodotto delle proprie scelte. Siamo noi stessi a dare forma alle cose, a scegliere se perseguire il bene o il male.
Molto spesso accade che l’uomo si lasci condurre lungo l’ascosa via del male, facendo così prevalere la retorica dell’odio, quella costituita da una fitta rete di parole che direttamente arrivano dritte al punto, facendo sì che il destinatario ne rimanga ferito, senza difese e disarmato.
I fatti accaduti recentemente dimostrano come la violenza e la discriminazione razziale siano fenomeni ancora accesi, e si fa riferimento alla morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 e a quella di Willy Monteiro Duarte, ucciso tra sabato 5 e domenica 6 settembre.

I CAN’T BREATHE

Uccisione di George Floyd

Abbiamo sentito e letto questo slogan svariate volte, specialmente negli ultimi mesi. Promosso dal movimento statunitense BLACK LIVES MATTER, esso nasce dalle ultime parole di Eric Garner, un uomo nero ucciso brutalmente nel 2014 dalla polizia di New York. “Non riesco a respirare”, è questo il significato della frase che quell’uomo pronunciò ben 11 volte, per chiedere pietà, prima che le forze lo abbandonassero. Così “I Can’t breathe” è divenuta un’espressione utilizzata nel corso delle manifestazioni pubbliche contro il razzismo e contro ogni forma di repressione.
È il 25 maggio del 2020 quando muore George Floyd nella città di Minneapolis in Minnesota. La polizia accorre sul luogo dell’arresto, in seguito alla chiamata di un negoziante. L’agente Derek Chauvin immobilizza Floyd, tenendo per molti minuti il suo ginocchio sul collo, un’immagine diffusasi capillarmente nei media internazionali e che porta a molte manifestazioni contro l’abuso di potere da parte della polizia, accusata anche di razzismo.
Floyd lascia due figli, Quincy Mason Floyd di 22 anni e Gianna Floyd di 6 anni, che erano rimasti a Houston.
Il mondo piange e in molte città del globo s’inneggia alla pace, alla negazione di ogni forma di razzismo e di discriminazione. L’umanità si ripromette di essere migliore.

Qualche mese più tardi, in una notte di settembre, questa promessa viene nuovamente infranta.

Willy Monteiro Duarte aveva solo 21 anni. Massacrato a calci e pugni e ucciso a Colleferro, solo per aver cercato di difendere un amico, solo per non essersi tirato indietro in una situazione scomoda, solo per aver dimostrato coraggio anziché codardia. E qui anche le parole fanno fatica a esprimere se stesse. Come spiegare l’inspiegabile? Come poter dire all’umanità che non è più tale? Questo ragazzo avrebbe voluto semplicemente crescere in Italia, come molti suoi coetanei, continuare a studiare, a lavorare, a giocare a calcio.

Willy Monteiro Duarte

Gli amici lo ricordano come una persona buona, assolutamente estraneo a ogni forma di violenza; per i suoi assassini, Marco e Gabriele Bianchi, dovrebbe esistere soltanto lo sdegno e l’indignazione collettiva, ma qualcuno dei loro familiari ha osato dire:

“In fin dei conti cos’hanno fatto? Nulla. Hanno solo ucciso un immigrato.”

Come poter replicare dinanzi a una simile affermazione? Non ci sono parole per rispondere a una famiglia che arriva quasi a legittimare un gesto così incivile ed efferato. Solo con l’azione concreta di ogni giorno possiamo sperare di cambiare qualcosa. Esisterà sempre la disumanità, la parte peggiore dell’uomo e del mondo, ma sta a noi non far sì che questa prevalga, a non alimentarla, proprio come il lupo malvagio e superbo di cui si parla nella leggenda citata all’inizio.

Il commediografo latino Terenzio, nell’ Heautontimorùmenos (Il punitore di sé stesso, v. 77), scrisse:

«Homo sum, humani nihil a me alienum puto»

ossia, «Nulla che sia umano mi è estraneo». Ancora una volta un classico continua a insegnare all’uomo e le parole di ieri per alcuni risultano inaudite o, ancor peggio, inascoltate. Mettere a tacere la retorica dell’odio e dell’indifferenza è una strada possibile, irta di ostacoli, ma percorribile se l’uomo non è dimentico di essere uomo; se guardando i nostri familiari, i nostri amici, il nostro partner, vediamo anche il volto dell’altro; se ci ricordiamo che insieme apparteniamo e che invece di abbattere, dovremmo costruire.