Film

Recensione del film “Martin Eden” di Pietro Marcello

Alfonso Martino

“In tutti questi mesi ho riflettuto molto su me stesso e ho sentito come uno spirito creatore che mi divampava dentro, che mi incitava a fare di me uno degli orecchi attraverso cui il mondo sente, uno degli occhi attraverso cui il mondo vede, insomma voglio fare lo scrittore!” Con queste parole Martin Eden, interpretato da Luca Marinelli, prende coscienza del suo talento e inizierà a percorrere la tortuosa strada della letteratura. Il film di Pietro Marcello, regista e sceneggiatore al suo quinto film si identifica con l’eroe del romanzo di London, credendo nelle sue idee non standardizzandosi ai dettami del cinema italiano attuale dall’inizio della sua carriera. La pellicola prende spunto dall’omonimo romanzo di Jack London ambientato nella Oakland di inizio Novecento. Il protagonista è un marinaio che scopre una realtà a lui totalmente sconosciuta salvando Arthur Morse, rampollo di una ricca famiglia di San Francisco. Questo gesto lo porterà a conoscere Ruth, sua sorella, di cui si innamorerà perdutamente e che gli aprirà un nuovo scenario nella sua vita, quello letterario. Da allora l’unico scopo di Jack sarà quello di ottenere fortuna con la scrittura, passando attraverso il recupero di grandi classici, poesie e racconti per anni. Inizialmente i suoi testi verranno rifiutati dagli editori per l’eccessiva carica sociale e per le novità stilistiche insite in loro. Anche Ruth lo abbandonerà fino a quando non otterrà il successo tanto desiderato con un saggio, La Vergogna del Sole. La fama porterà ad una rivalutazione delle sue opere e della sua persona nella società, facendolo diventare disilluso e a rifiutare la donna che aveva sempre amato, tornata dopo i risultati da lui ottenuti. L’opera cinematografica presenta alcune differenze rispetto al testo originale: la storia si svolge a Napoli e i nomi dei protagonisti sono italianizzati, ad eccezione di quello del protagonista. Il regista alterna al film scene di repertorio delle epoche più disparate in cui la città partenopea è accesa e vitale come Martin. La sensazione che prova lo spettatore davanti alla pellicola è quella di una divisione in due parti: la prima che tratta l’ascesa del marinaio nel mondo della scrittura e la seconda in cui Martin diventa uno scrittore di successo, totalmente diffidente riguardo alle persone che lo circondano. L’effetto è dovuto al lavoro fatto sulla fotografia e la scenografia da mani diverse nelle due macro-porzioni del racconto, in cui Marinelli risulta molto più credibile nella prima parte, rendendo bene l’atteggiamento sognante e la sua voglia di arrivare al pubblico con le sue idee, rispetto alla seconda dove invece dà l’idea di andare overacting accompagnato da un trucco altrettanto esasperato. La colonna sonora mischia opere classiche di Debussy a pezzi più popolari come quelli di Teresa de Sio che accompagna la regia di Marcello, inquieta come il suo protagonista.

Nel testo di London è molto forte la componente politica, motivo per cui Martin verrà allontanato da Ruth (Elena Orsini nella trasposizione cinematografica).

Il film riprende questo motivo inserendo un contesto sociale, la disparità tra la borghesia impersonata dalla famiglia Orsini e la gran parte della popolazione che abita i vicoli napoletani che vive alla giornata; quella gente semplice a cui apparteneva anche il protagonista. “Quanti ne vedi morire di fame, finire in galera perché sono dei poveretti, schiavi, ignoranti e stupidi. Lotta per loro, Martin.” Gli dirà Russ Brissenden, suo mentore interpretato nella pellicola da Carlo Cecchi.

Gli spunti di riflessione si possono adattare anche ai giorni nostri, dove viene criticata la scarsa importanza data alla cultura, riconosciuta soltanto quando è apprezzata dalla massa, la mancata accettazione del diverso (tema trattato in questi mesi a livelli più mainstream in sala con il Joker di Todd Philips) e il guardare con i paraocchi da parte di molti di fronte alla realtà.

Il finale del film riprende quello della controparte cartacea, in cui lo scrittore è completamente logorato dal perché le sue vecchie opere avessero acquisito successo in un secondo momento e apprezzate da quelle stesse persone che l’avevano fatto morire di fame. L’ultima scena vede Martin Eden andare incontro al mare, la sua prima casa quando non aveva uno scopo, per togliersi la vita.

Con il sopraggiungere dei titoli di coda si ha l’impressione che il film sia stato impostato con i tempi giusti, in cui la fatica fatta dal protagonista per raggiungere il suo obiettivo si tocca con mano; si prova empatia per i rifiuti da lui ricevuti e si esulta per i traguardi raggiunti che sfoceranno poi in insoddisfazione dovuta al forte carattere del personaggio fino alla sua dipartita.

“Seguì un lungo rombo: gli parve di scivolare lungo una china infinita, e in fondo in fondo sprofondò nel buio. Solo questo seppe. Sprofondava nel buio. E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.”