Film

Recensione del film “The Irishman” di Martin Scorsese

Alfonso Martino

Viviamo in una società in cui tutto deve essere svolto nel minor tempo possibile.

Una corsa continua che ha fagocitato anche le attività che non dovrebbero richiedere fretta, come ascoltare musica (un singolo che dura più di tre minuti nel mercato odierno è considerato folle) o leggere una testata online (dove il lettore cerca tutte le informazioni nell’anteprima dell’ articolo senza approfondire il suo contenuto). La soglia di attenzione è così bassa che fa impressione vedere in sala una pellicola della durata di 209 minuti come The Irishman del maestro Scorsese.

Il regista italoamericano ha riunito una serie di attori con cui ha lavorato in passato come Robert De Niro, Joe Pesci e Harvey Keitel insieme ad altri con cui ha lavorato di recente, come Bobby Cannavale (protagonista della serie Vynil da lui prodotta per HBO).

Narratore e protagonista della vicenda è Frank Sheeran (De Niro), un soldato irlandese emigrato a New York dopo il secondo conflitto mondiale che si guadagna da vivere come autista di camion per una macelleria. La sua vita cambierà in maniera improvvisa incontrando Russ Bufalino (Pesci), figura di spicco della malavita americana per cui eseguirà delle esecuzioni (“imbiancare casa” sarà la definizione elegante data da Russ) creando una forte amicizia. Il rapporto si solidifica nella scena in cui i due personaggi dialogano in italiano sulla guerra e i traumi che lascia nei sopravvissuti, generando grande entusiasmo in sala. Lo spettatore assiste alla trasformazione del personaggio: Sheeran lascerà sua moglie e sarà visto con timore e sospetto dalle figlie per via delle sue attività, in particolare da Peggy, la più timida e sensibile.

Nella parte centrale della pellicola il personaggio di De Niro, ormai forte di un ruolo importante all’interno della malavita, sembra passare in secondo piano quando entra in scena Jimmy Hoffa, presidente del sindacato degli autotrasporti Teamsters interpretato da Al Pacino, con cui lega particolarmente.

Hoffa rappresenta immediatamente per Peggy l’unica figura positiva e onesta che transita nell’orbita di suo padre, tanto da prenderlo come modello.

Il sindacalista prende subito la scena per via della forte personalità che influenza non solo Sheeran, ma anche lo spettatore per via dei suoi rapporti contraddittori con la criminalità e le sue manie. Le vicende politiche degli Stati Uniti negli anni Sessanta e Settanta fanno da cornice alla vicenda, con l’elezione di John Fitzgerald Kennedy come trentacinquesimo presidente, il fratello Robert come procuratore generale e il conflitto con Fidel Castro. Hoffa si ritrova braccato da Robert Kennedy che lo accusa di corruzione portandolo a scontare una pena in carcere.

Finita la detenzione, Hoffa riprova a salire sulla cresta dell’onda facendo delle dichiarazioni pubbliche contro la mafia creando malcontento in alcuni membri.

Scorsese ripresenta all’interno dell’opera alcuni temi chiave che gli hanno permesso di rivoluzionare i gangster movie nel 1973 con Mean Streets: la religione, simbolo di redenzione nella vita dei fuorilegge, il trattare una storia vera come in Goodfellas  e l’amicizia che viene messa al di sopra degli altri valori. Frank fa di tutto per convincere Jimmy a non inimicarsi coloro che prima l’avevano sostenuto ma il sindacalista continuerà per la sua strada fino ad arrivare alla parte finale della pellicola, dove Jimmy viene convinto a partecipare ad una riunione con i gangster ma finirà per incontrare la morte per mano del suo amico Frank Sheeran.

La morte è la protagonista di questo frammento poiché, dopo la sparizione di Hoffa, Frank inizia pian piano a perdere le persone a lui care per cause naturali, come Russ e la moglie Irene, o per motivi che si protraggono da tutta una vita come nel caso delle figlie, vissute nella paura che il loro padre compiesse azioni aggressive per difenderle o che finisse in prigione per le sue attività.

Questo rapporto conflittuale porterà Frank a passare una vecchiaia solitaria su una sedia a rotelle in un ospizio, in cui lo spettatore scopre che il sicario irlandese sta raccontando la sua storia a due agenti federali che indagavano sulla scomparsa di Hoffa. La solitudine del protagonista è palpabile nell’ultima scena, in un dialogo tra lui e un prete che lo sta confessando dai suoi peccati durante la vigilia di Natale; alla fine del processo Frank chiede all’uomo di chiesa di non chiudere del tutto la porta quando andrà via ma di lasciarla socchiusa poiché non vuole isolarsi dal resto della struttura.

L’uomo acconsente alla sua richiesta e l’ultimo fotogramma è dedicato al gangster ripreso da dietro la porta socchiusa che in vita ha compiuto un numero sterminato di esecuzioni ritrovandosi alla fine della sua vita da solo.

Solitudine che il sicario irlandese si è costruito da autonomamente nel momento clou della sua vita, scegliendo Russ Bufalino e la vita agiata guadagnata “imbiancando case” rispetto a Jimmy Hoffa e alla possibilità di ottenere fortuna come sindacalista per seguire il suo codice morale legato all’importanza della parola data e all’amicizia.

Esempio lampante è il discorso fatto da Bufalino a un Frank Sheeran profondamente combattuto in cui spiega che non è più possibile tergiversare sul caso Hoffa, ricordandogli di quando gli ha regalato un anello d’oro simbolo del loro legame e della fedeltà al lavoro che non conosce ostacoli.

La sparizione del presidente della Teamsters rappresenta una vicenda famosa nella cronaca americana di cui esistono diverse versioni: una di queste è trattata nella pellicola che prende spunto dal libro di Charles Brandt I Heard You Paint Houses, criticata dal giornalista Dan Moldea in The Hoffa Wars dove smonta il materiale da cui ha preso spunto Scorsese. Sulla vicenda si è espresso anche Robert De Niro: “Io so che tutte le cose che Frank ha detto, le descrizioni dei luoghi in cui si è trovato, dal come lui ne parlava, è tutto vero. Il modo in cui descrive quello che è successo a Hoffa è una qualcosa di molto plausibile per me. Certo mi piacerebbe sapere cosa gli è realmente successo.”

Ciò che conta per l’appassionato della settima arte è godersi un’opera, rispettando la visione del regista e cercando di comprenderla appieno ragionando sui temi trattati.