Note di viaggio

STOOGES: scacco all’autorità

Bad Music Rising

Qualsiasi discorrere unidirezionale, sugli Stooges, sarebbe fuorviante. C’è bisogno dell’equivoco. Bando alla coerenza! [In sottofondo “Dirt”, da “Fun House”]. Innesto un sottofondo musicale, come protesi del discorso, come incisione ritmica al necessario attraversare e divertire della scrittura. Davanti c’è da navigare il corpo, lo Spirito, [inteso come Zeitgeist], lo schizzo. Affatto, rituona elettrica nella mente questa definizione della funzione degli Stooges, all’interno della storia della musica: schizzo. Sono loro propri i tre sensi che il lemma legittima: perché abbozzo di carriera; perché disegno premonitore del cogitare a venire; perché spermatici. Schizzo virulento, fiotto caldo; band sanguigna, sadica. I Dirty Shames si fanno formazione sul finire degli anni ’60, suonano qualche “show” nello stato del Michigan, tra Ann Arbor e Detroit. Iggy Pop è il frontman, la voce: provoca il pubblico con violenza e altrettanta ne riceve; violenza fisica. Dai ripetuti pestaggi, salta fuori l’idea di cambiare nome alla band: nascono gli Stooges, [<<I Fantocci>>]. Violenza denominatrice. Questo è un aneddoto ma significativo, se messo a sistema e relazionato con gli elementi seguenti. Quando si guarda agli Stooges, tutto appare nel segno della violenza, e non necessariamente immortalata nella sua oscenità di carne martoriata; v’è anche questo, eppure si può andare oltre. Il nucleo virulento pertiene alla dimensione-live della band. Memorabili le esibizioni di Iggy Pop, a torso nudo, con tanto di contorsioni, ritorsioni ed estorsioni. Ferito, avvolto di cavi, gettato in terra come fantoccio di pezza bruciato in un camino, emaciato, drogato. Ogni sera gli Stooges compivano un rito, come ogni rito: truculento, omicida. Consciamente o meno, due sacrifici, – almeno, erano inscenati in quelle serate. Primo: il frontman-fantoccio, l’autorità vocale eliminata da un sadico atto di auto-flagellazione. Di riflesso, il secondo omicidio si perpetra sull’autorità, come ente burocratico e politico. Ora, è certo che gli Stooges tentassero di evitare la politica, le rivolte, per dedicarsi a un’incessante ricerca del rivoltante, piuttosto. Eppure, è impossibile ignorare una coincidenza seducente. L’esordio discografico degli Stooges è del 1969, – segnato dall’album omonimo, la loro attività dal vivo si può far risalire al 1967/1968. La cultura all’interno della quale nasce un brano come “No Fun” è quella del ’68. Un “interno” subìto, in quanto ogni cultura informa un’ideologia e ogni ideologia è egemone, [Walter Benjamin]. Affatto, il ’68 con la sua illusione, con Woodstock et cetera, era l’ideologia non condivisa dal quartetto di Detroit. Tra fiori, cartelloni, Bob Dylan, Joe Cocker: “No Fun”, niente da ridere, in somma. Ecco il tassello che gli Stooges, – musicalmente, contribuirono ad abbattere; retaggio culturale che mirarono a scarnificare. Incarnazione del post-’68, del nichilismo viscerale, la band disegna la premonizione di un sentire isterico e maniacale, che ha poi contraddistinto il mondo post-moderno e, – già, contemporaneo. Il secondo album, “Fun House“, [1970], capovolge il “fun” del primo, ne fa un gozzovigliare, un’estrema sintesi del rogo del passato e della piaga del presente. Il “fun” diventa comico, giullaresco. C’è tutta l’inconsapevolezza di avere, – dalla propria parziale prospettiva, di aver <<spazzato via gli anni ’60>>, [Iggy Pop, in “Gimme Danger“]. Outsiders, liminali, rituali. “Fun House” apre gli anni ’70 alla stessa maniera in cui gli avvoltoi aprono il fegato di Prometeo. L’autorità è un concetto desueto, inutilizzabile, detronizzata dal fuoco, lo stesso che sembra avvolgere Iggy sulla copertina di “Fun House”. In questo senso, gli Stooges si velano di politica, e con questo intendimento affermiamo che hanno fatto arte. Per evitare l’abusivismo sintattico sull'”arte”, mi riferisco alla sua etimologia più antica, – sanscrito, intendendola come: -messa in moto-. Affatto, con gli Stooges si mette in moto un meccanismo di mortificazione dell’autorità, dell’ideologia. Deve essere questa istanza a mostrarli, – nei decenni successivi, come padri del punk, – forse semplificando troppo il legame tra anarchia e autorità dismessa. Non è un caso che Iggy Pop abbia sempre affermato di non essere punk, e di mal sopportare il genere stesso. Dopo il ’70, gli Stooges pubblicheranno un solo disco, “Raw Power“, ma sarà già una storia in declino. Quello che ne rimane, – ancora oggi, al di là della violenza impattante, dello strabordare sonoro devastante, è l’inquietudine erotica. Spermatici, – avevamo scritto. La soffusione atmosferica, il grido primigenio, il ritmo asmatico, compulsivo, quadrato ma sincopato: è il compendio stilistico di un atto sessuale. E cos’è l’erotismo, se non una destituzione delle individualità, in favore di una nuova unità? Non è la messa in crisi del singolo? La crisi che gli Stooges intercettarono nel mondo che usciva dal ’68, a cui diedero voce e corpo, che ritualizzarono e portarono fino a noi, oggi, ai quali tocca viverla, intercettarla, ritualizzarla et cetera et cetera.