Racconto

Tempo di crescere. Prima parte.

di Leonardo Macagnino

Pubblicato in Clinamen 11, pag. 28

Tempo di crescere
I.
Di recente mi sono chiesto se la pacatezza delle farmaciste sia un talento acquisito o una deformazione professionale. Apro una parentesi e chiedo scusa all’improbabile lettore se il mio linguaggio possa sembrare a tratti forbito e cantilenante; se c’è qualcosa che mi hanno insegnato tanti anni di seminario è proprio a non farmi capire. Dicevo, che quando la mia gamba non fa i capricci costringendomi a letto, passo spesso il pomeriggio, prima delle mie lezioni di latino, al bar di Rocco Santo Stefano. Un vecchio pappone e biscazziere (mi si perdoni che non usi un linguaggio più diretto) che dopo la morte ha lasciato ai quattro figli un bar e un mucchietto di loschi affari – quanto bastano!, in un paesello di brava gente, per distinguersi parvenu.
Andando verso la piazza, che non è affatto distante, il bar occupa l’intero angolo sinistro della strada, e il porticato sotto al quale mi fermo a bere il mio amaretto dà la destra all’incrocio e svolta dritto per la piazza, fino a quando può. Era stato uno dei primi e pochi bar a Pestanache, e l’ampio porticato offriva un’alternativa attraente alle vecchie generazioni che tuttora frequentano il locale per abitudine, in memoria del vecchio Santo Stefano; il quale, mi raccontava mio nonno, aveva la fronte ampia dell’uomo d’affari, l’occhio acuto e arzillo e degli atteggiamenti di virilità seriosa capaci di tenere a bada i bestemmiatori più vivaci del paese, qualora entrassero nel suo locale. Oggi gli anziani però si stanziano roboanti all’interno del bar, in cui si scambiano pacche poderose di fronte al bancone, o leggono cupe il giornale accanto alle vetrate, lasciando l’esterno ai bisbigli spocchiosi delle nuove generazioni, attratte perlopiù dai gusti pacchiani e moderni della nuova gestione del prestanome del figlio minore di Rocco, e dalla mondanità che può conferirgli la permanenza sui divanetti in finta pelle del porticato. Le tre e mezza, infatti, sono un ottimo orario per fermarsi sotto di esso e osservare i signori e i signorini, e le signorine (le signore non frequentano i bar nel primo pomeriggio dei giorni feriali) a schiamazzare o a bisbigliare o a farsi comunque i fatti loro. Se non c’è nessuno nel bar o sotto al mio porticato, posso sempre aguzzare la vista ogni tanto e cercare di riconoscere qualche passante in auto, che se non sporge lo sguardo dalla mia parte, incuriosito, spia nel parabrezza di chi gli arriva di fronte. Quando invece il bar è popolato prende vita un ecosistema contrastante, in cui l’apparenza proverbiale degli uomini all’interno è nettamente contrapposta alla sua estetica melangiata, mentre, all’esterno, la gioventù di una borghesia indefinita nega la propria mentalità folcloristica mescolandola tra maniere e orpelli alla moda.
Il mio improbabile lettore mi permetta dunque di tornare al mio posto – che è sempre lo stesso – una sedia di fronte a un tavolino, entrambi in ferro battuto (seppur comodi, e nonostante la mia stazza, la mia solitudine non è tanto mondana per uno di quei divanetti), che solo un bassotto con le zampe compatte e dall’aria più stupida che presuntuosa ha osato accostare, e che da allora, vista la mia indole (che si sposa perfettamente col mio aspetto) di bonaria e muta insofferenza, poiché non ho mai osato scacciarlo o accarezzarlo, rimane lì, disteso, accanto a me o sotto la mia sedia, con le zampe compatte riposte come chele sotto al petto. Da qui osservo Venusia, primo di tanti amori, e di altrettante delusioni, che mi avevano spinto tra le braccia del Signore. Matrice della stessa causa per cui vi rinunciai. Rendersi conto di amare troppo le donne per amare il Signore è una colpa eccessiva per qualsiasi prete di coscienza. E chi convive solo con la propria coscienza da tanto tempo si rende conto che è l’unica amica che vale la pena non tradire.
[Eccoci qui – un’altra volta – scrivo e me ne pento – niente di buono, lo so già. Va bene per il cassetto del dimenticatoio, come tutte le altre volte in cui il mio improbabile lettore mi è sembrato talmente improbabile che sono scivolato su una riga e l’altra di lagne!]
Batteva le unghie rosa di corallo – a confetto – appuntite!,  sulla vetrina dei pasticcini. Le mani spesse di chi ha già trent’anni e lo sguardo sommesso e proibito. Ordina un caffè, a voce bassa, come se fosse scontato – ha l’aria impegnata. Fruga nella borsa, paga in anticipo. Parla parla – di cosa parli? Una risposta, un sorriso da niente e gli occhi bassi. Beve il caffè con le sue labbra asciutte, rugose, seccate dal rossetto scuro di malva… Mi sembra ieri che ti mettevi a ridere per la mia erre moscia e io ero un ragazzetto tiepido col capello liscio e la barbetta nera e mi avevi concesso un bacio estivo… e poi? Il vento di settembre ti ha fatto perdere la memoria. [Bah!… Ma che scrivo?! Poesie poesie, ecco qui… Al diavolo le poesie. Finiscono tutte all’inferno – non solo le mie.] Mi chiedo allora, e sono prosaico, per farmi un dispetto, se ti metteresti a ridere così spennacchiato e col barbozzo nero e la mia erre moscia? E la mia panza, allora? Nei programmi della domenica sento dire che alle donne di una certa età la pancetta piace.
Mi affido quindi alla discrezione del mio improbabile lettore spiegando che uno dei piccoli motivi che tutti insieme mi legano al mio tavolino (e al mio amaretto) è la speranza, a cui ho dato una piccola percentuale di probabilità, di individuare in Venusia lo stesso sguardo che tre anni fa mi diede il permesso di innamorarmi. Ma credo sia il caso che io racconti.
Credo sia il caso di specificare che spesso i luoghi si riempiono dei propri ricordi, dove questi è come se rimanessero a mollo e lentamente facessero i germi. Se i luoghi non fossero benedetti da questa particolarità probabilmente la maledizione che mi lega a Venusia non ne sarebbe scaturita. Chiedo scusa in anticipo per l’ingombrante perifrasi (che è d’altronde una scusa che riservo a me stesso per il mio scrivere male) ma dopo cinque anni di viaggi, tornato stavolta dalla Calabria, fu un sollievo togliermi la tunica per il mio costumetto e lavarmi le natiche dal fango passionista per il sacerdozio, nello scalo di Santa Lucia; che, se il mio improbabile lettore non lo sapesse, si trova proprio nella baia di Pestanache, accanto al Puzzacchio: un porticciolo di poche barche, chiamato così per l’altezza della stretta scogliera che lo racchiude, in cui sembra trovarsi per caso. Mi accorsi, inoltre, molto piacevolmente, che non avevo perso l’abitudine istintiva di incastrarmi tra gli scogli, punito dalle onde, per stanare cozze patelle col cacciavite. E proprio mentre ridavo la faccia al sole succhiandone una, compiaciuto, mi accorsi con timida sorpresa che neanche Venusia aveva smesso di frequentare la mia stessa caletta per abbronzarsi al sole e bagnarsi. Salutarsi era dovuto all’innocenza di un ricordo d’infanzia; domandarsi l’un l’altro del presente era dovuto alla nostalgia, e avrei continuato a credere una comune coincidenza ritrovarmi con lei a Santa Lucia, finché non ammisi a me stesso che nonostante la mia passione per le cozze patelle non avevo mai preso l’abitudine di farci merenda alle quattro e trenta del pomeriggio, e che in verità mi intrattenevo sperando di voltarmi come le volte precedenti e individuare la sua schiena lucida; avvicinarmi e approcciarmi con le sue parole amichevoli e il suo sguardo gioviale. Si era laureata a Roma da un anno e aveva cominciato presto a lavorare nella farmacia del Dottor Specolone, accanto alla nostra parrocchia, della Santissima Lamentevole Vergine del Supplizio. Celebrava coi suoi atteggiamenti un pudore consuetudinario, quasi infantile, legato ai ricordi di chi in paese era abituato a immedesimarla con insistenza nella sua adolescenza inibita, anche se alcune punte di entusiasmo della sua intelligenza tradivano la malizia di chi di nascosto aveva assaggiato la vita… Non osai chiedere. Era sveglia e ancora giovane, ancora bella, benestante e soprattutto pazza di me (la vanità è un ulteriore motivo che non potei perdonare alla mia onestà di prete). Col passare dei giorni, i miei occhi presero una confidenza tale col suo sguardo che rimasti soli durante un tramonto circondato da zanzare silenziose, caddi nella trappola di una sera d’estate, e le mie importanti aspettative sacerdotali non ressero il confronto col ricordo di un bacio.
È da considerarsi diabolico quando i doveri e la moralità che fanno parte del proprio essere convivono con le passioni che dovrebbero esserne il contrasto, ma nel mio caso, quattro minuti di coito vergine con Venusia mi sembrarono molto più semplici e naturali che le decennali considerazioni di teologia che fino ad allora mi servirono da esempio per il mio frequente dibattito con la realtà. Nonostante all’età di ventisette anni, e con le mie traversie da missionario alle spalle, fossi abbastanza sicuro di non essere più vergine nello spirito e che avessi quindi imparato a domarlo e a preservarlo dalle incertezze, scoprii con ingenuo stupore che avrei dovuto allenare il mio corpo alla stessa maniera. Scoprii che un’emozione pura, quando ha a che fare con la carne, arriva facilmente all’anima trapassando il corpo come uno spillo; e mi resi conto che un sentimento trascurato, che in seminario viene dato per scontato e che non mi era stato insegnato ad affrontare durante il resto della mia esperienza clericale, è la colpa dei vergini. La colpa dei vergini è la pretesa che si possa essere amati con la stessa facilità di un rapporto sessuale. Ed è una colpa tanto più vergognosa e umiliante quando la si sperimenta con chi l’ha già superata da tempo ed è a conoscenza degli abbagli dell’eros. La verginità dell’animo, in questo caso, non si perde con la stessa rapidità della verginità del corpo. Perdere la verginità amorosa è una lunga e dolorosa esperienza di autocoscienza e adattamento.
Ma a questo punto è necessario spiegare che in questo caso – il mio caso – non è un caso comune. Durante la nona notte con Venusia realizzai che la mia condizione di novello amatore comprometteva tanto più quella di futuro prete dal momento che avanzava sul doppio binario del tradimento; e Venusia mi amava, sì, ma alle spalle del marito, che io non vedevo. Venusia poteva amarmi nel segreto di una relazione extraconiugale di cui io ero ignaro. Così, mentre concludevo la mia esperienza di vergine a scapito delle mie promesse canoniche, scoprii che l’amore riservato agli amanti è fatto di eros e confidenze sofferte. L’abbondanza di passione e gli stralci di verità compensano i sensi di colpa per le mancanze all’amante. L’obbedienza spirituale e il privilegio dell’appartenenza compensano le mancanze al marito. Ma per un amante l’eros pecca tanto quanto aumenta la verità, e a me, che ero ignaro di esserlo, di Venusia non rimase né il corpo né l’anima.
Le mie esigenze di affetto mi portarono a perseverare con le richieste e il loro rifiuto mi fecero indagare con le domande. Ma nonostante il fine sia la verità, le parole in certe situazioni passano prima per la nostra colpa e vengono imbrattate dalla vergogna. Lo so bene io, che nonostante non fossi ancora prete, vista la mia indole, i miei concittadini diedero la cosa per scontata fin dal diaconato, e di confessioni dissimulate e reticenti da allora ne avevo sentite abbastanza; occasioni per le quali si aggiunge l’altra parte di verità per intuito divino e la si comprende nel silenzio, dandosi per intesi col peccatore… E io sospettavo!, ma non conoscevo il contesto della mia intuizione [e come mi è chiaro ora il contrasto tra intuito e sospetto]. Quante parole ripugnanti ti ho detto mentre piangevi sottomessa alla verità dei miei dubbi (parole che non si addicono a un prete, ma alle bassezze più spregevoli della passione), premendo col piede sul peso della tua colpa… E che umiliazione quando ho scoperto di non essere il tradito, ma l’oggetto del tradimento. [Umiliazione?! L’umiliazione si addice alla dignità dei mariti, non ai Don Giovanni].
Io credevo solo di amare, e la tua nuova identità mi aveva prima ammonito dall’amarti, dopodiché i tuoi silenzi e i tuoi segreti al fronte di una tale verità mi avevano escluso. Essersi confessata amante attraverso la dichiarazione che mi fece, col tempo le diede abbastanza coscienza per rinnegarmi. Venusia, la mia amante, era sposata al figlio del Dottor Specolone, proprietario dell’omonima farmacia accanto alla nostra parrocchia. Francesco Specolone aveva sposato Venusia, la donna che mi presi la licenza di amare; un uomo che per cognome aveva l’estensione caricaturale di uno strumento usato per scrutare negli orifizi. Cosa ti aveva fatto per spingerti a me? Nonostante le parole siano solo la scorza dei nostri segreti, non lo racconterei nemmeno al mio improbabilissimo lettore, al quale quei peccatucci da scroccone potrebbero sembrare dei meri pettegolezzi. Rivelerò unicamente al mio lettore – al più inesperto, qualora dovesse divenire meno improbabile – che ci sono casi, come nel caso della mia Venusia, in cui le suocere sono garanti di un contratto abominevole in cui il sacrificio e l’abnegazione sono l’unica clausola di un amore a senso unico senza garanzia di riscatto. Una truffa a lungo termine, per così dire, che conta fin dall’inizio sull’inganno velenoso del sentimento.
“Lo ami ancora?” ti chiesi.
E capii bene di non poter pretendere lo stesso.
Se solo fossi andato via un’altra volta!, sarei potuto tornare e giustificarmi con gli occhi nuovi dell’esperienza e con la coscienza del passato; ripetermi e convincermi che tutta quella faccenda era stata ponderata e messa da parte dal buon senso, persuadendomi che la vita ci avrebbe ripagati di quella scelta con delle novità per l’uno e per l’altra che ci avrebbero resi un ricordo affettuoso; e invece sono rimasto qui, e tutto è semplicemente morto, annegato nel presente, dimenticato e coperto di vergogna e indifferenza, giustificate dalla convenienza di un buon partito, da una vita degna all’ombra della discrezione; e tu sei una farmacista con l’aria impaziente e la voce pacata, e io conosco il latino.
Si può dire che lo abbandonai sull’altare, il Signore, a due settimane dal rito di ordinazione [quand’è che l’ho già scritto questo?] e fu uno scandalo, e una faticaccia dare spiegazioni a una comunità che per trent’anni mi aveva creduto prete, e che in parte aveva già cominciato ad approfittarsene riservandomi le malizie della sua anima. Proprio tutto questo sapere degli altri ormai ingiustificato mi aveva negato il saluto delle persone, dato che in me finirono per vedere nient’altro che un fastidioso ficcanaso (a cui peraltro il naso era stato ficcato) e da quando ho rifiutato la veste il mio potenziale giudizio è diventato sgradevole quanto quello degli altri. L’ipocrisia però sa distinguere la moralità dal servizio, e si può dire anzi che un buon servizio può sempre essere giustificato dall’utilizzo di un po’ di buona morale. Così, le discrete manciate di cortesia se le prende la mia parte di supplente di latino, le quali servono da buon mangime per rimpinzarmi di benevolenza, e da grande preambolo per le volte in cui le mogli rispettabili mi chiedono grandi sconti e orari impossibili per le ripetizioni ai loro figlioletti nichilisti e pieni di pretese, che hanno fatto proprie dai genitori in un qualche modo perverso. È difficile credere in queste nuove generazioni di nichilisti. La loro prima esistenza cresce nella saccenteria dei libri di scuola e la loro intelligenza soffre della pigrizia di una filosofia spicciola da comico. Inoltre non ho mai sentito parlare di un nichilista che piagnucolasse per un cattivo voto.
Il mio prezzo però è quanto più devo ai miei studi, e la mia cultura è quanto devo ai tanti anni di illusione e ipocrisia, e la loro, di ipocrisia, me li risarcisce tutti. Ogni uomo, col tempo, accresce e impara a preservare la propria dignità, ma per chi nasce prete e crescendo si dichiara uomo la dignità è un lusso che non gli viene riservato. Essermi dichiarato uomo agli uomini mi è costato quindi la dignità, ma mi paga una donna al mese. Ti ho confuso, mio lettore?, o ti ho solamente sorpreso? Parlo sempre al più inesperto – l’amore non è attesa; ma attendere è una buona scusa per vivere, e aspettare l’amore – anche se per la terza volta con la stessa persona – è una scusa come un’altra per cui vale la pena vivere. Per quanto riguarda le altre donne, concedermi ogni tanto un’ora a pagamento non mi renderebbe nel frattempo più peccatore da laico di quanto non lo sia già stato da clerico.
Ma penso sia meglio abbandonare i miei guai e l’ipotesi scaramantica di un lettore, e che cominci a parlare a me stesso ora che le mie riflessioni hanno toccato il tema dei piccoli nichilisti. Torno quindi al mio posto, seduto di fronte al mio amaretto, dal quale mi rendo conto di essermi alzato più volte in modo irrequieto, per individuarne uno esemplare. E mi appello un’ultima esasperata volta alla sensibilità di un lettore più probabile, sperando – ora che mi conosce bene – che non si stupisca se non bado che sotto la mia sedia ci sia o meno il mio bassotto.