Oltre il confine

Tra Hamlet e Troilus and Cressida: Shakespeare e il ripudio della guerra

di Pierluigi Finolezzi

L’Inghilterra in cui visse Shakespeare era una nazione al bivio tra un passato di isolamento e un futuro di gloria. L’ascesa che contraddistinse il Quattrocento e il Cinquecento inglesi fu in parte determinata da una serie di fattori socio-economici e dalla stabilità politica che la dinastia Tudor seppe dare al tramonto del feudalesimo e al termine della Guerra delle Due Rose. Tale situazione di progresso e di ammodernamento fu tenuamente scalpita e macchiata solo dalle crisi di natura religiosa che seguirono allo scisma anglicano di Enrico VIII e contraddistinsero il regno di Maria I, con non poche conseguenze nella politica di Elisabetta I. Fu proprio Elisabetta a dare all’Inghilterra quell’impulso in più per recuperare il distacco dalle altre nazioni europee e ad accelerare quel processo di ascesa che portò il Paese d’oltremanica all’egemonia sul Vecchio Continente sino ai due conflitti mondiali. Attraversando e superando congiure, ribellioni, contese religiose e guerre, la sovrana seppe farsi largo nello scenario internazionale, dominato dallo strapotere della Spagna che governava “un Impero sul quale non tramontava mai il sole”. Ciononostante Elisabetta non fu mai una guerrafondaia, ma fu costretta alle armi solo per difendere se stessa e la sua nazione dalle minacce interne scaturite dalle rivalità tra cattolici e protestanti e da quelle esterne rappresentate in primis proprio dalla Spagna di Filippo II, marito della defunta sorella cattolica Maria I, che mal tollerava il passaggio dell’Inghilterra tra gli “Stati riformati”, voluto proprio dalla sovrana in continuità alla politica religiosa del padre Enrico VIII. Se da una parte quindi l’età elisabettiana fu un periodo florido, dall’altra la minaccia della guerra incombeva sulle teste del popolo inglese, almeno sino a quando non fu sventato l’attacco e il tentativo di invasione dell’Invincibile Armada.

Elisabetta I sovrana d’Inghilterra

È in questa atmosfera di angoscia che forse William Shakespeare maturò il suo rifiuto della guerra e assunse per sé una posizione che potremmo definire, con un’etichetta moderna, “pacifista”. Il grido contro le contese armate si erge da più parti, ma in modo particolare dai versi del Troilus and Cressida e di Hamlet. Nel 1588 l’Invincibile Armada era stata già sconfitta, ma la guerra contro la Spagna non era ancora finita e a questa ben presto si aggiunse la rivolta dell’Irlanda cattolica contro la corona inglese. La Virgin Queen, come è ricordata Elisabetta che per tutta la vita rifiutò di contrarre matrimoni di convenienza, non riuscì a portare la sua nazione al trionfo dato che la morte la colse nel 1603. L’onere toccò al suo successore Giacomo I Stuart che concluse con successo tutte le ostilità già nel 1604. Hamlet [1]e Troilus and Cressida, scritti tra il 1600-1602, evocano il clima incerto di questo periodo. Shakespeare ripudia la guerra e lo fa per bocca di Amleto, quando questi in partenza per l’Inghilterra vede transitare sul Regno di Danimarca le truppe di Fortebraccio, dirette contro la Polonia (Nessun segno mostra perché l’uomo muoia; III, 8).
Shakespeare ripudia la guerra e lo fa per bocca di Amleto, quando questi in partenza per l’Inghilterra vede transitare sul Regno di Danimarca le truppe di Fortebraccio, dirette contro la Polonia (Nessun segno mostra perché l’uomo muoia; III, 8).

Dipinto raffigurante Amleto. Scoperto a Lucca, viene fatto risalire a Domenico Brugeri

E più avanti:

Io davvero non so perché passo la vita a dire “questo è da farsi” quando ho causa, volontà, salute e mezzi per farlo. Esempi pesanti come la terra mi esortano: sia prova questo esercito, massa di uomini e vettovaglie, guidato da un principe di eletta gioventù, il cui spirito, caldo di ambizione divina, provoca l’evento invisibile, esponendo ciò che è mortale e malcerto a ogni azzardo della Fortuna, a pericoli e distruzione, per cosa? Per un guscio d’uovo…

Continua più sotto:

…vedo promessi alla morte ventimila soldati correre alla tomba come a un giaciglio, per una fantasia, per una ripicca, sgozzarsi per un’aiuola che non li conterrebbe, che non è fossa, non è burrone capace di tanta carneficina.

Ancora alla guerra sono destinate le ultime parole di un Amleto morente, quando prima di esalare l’ultimo respiro, udendo una marcia e spari in lontananza chiede:

Che rumore è questo? Di guerra? (V, 2).

Fortebraccio ritorna vincitore dalla Polonia e, tra la mattanza che ha colpito Amleto, Laerte e Claudio, è rimasto vivo e sarà proprio lui che Amleto, privo di eredi, nominerà come erede e successore sul trono di Danimarca. Estraneo agli intrighi della corte di Elsinor, Fortebraccio è l’unico vero vincitore della tragedia.
Ancora più forte è il grido di guerra che si erge nel Troilus and Cressida [2], attorno al quale si costruisce uno dei due plots. Già nel I atto Troilo dichiara:

Non voglio le armi, le voglio posare:
perché dovrei combattere fuori dalle mura di Troia… (I, 1).

Troilo ripudia la guerra per combattere un’altra battaglia, altrettanto violenta e onorevole, quella contro Amore:

…quando ho già qua dentro la mia battaglia crudele? (I, 1).

Troilus and Cressida (Atto V, scena II). Incisione di L. Schiavonelli dal dipinto di Angelica Kaufmann, 1795. Immagine: Popular Graphic Arts/Library of Congress, Washington, D.C.

Troilo rejects public duties e proprio questo spirito di ribellione lo conduce a pronunciare il suo primo soliloquio prima di abbandonare la scena (I, 1):

Pace, squilli brutali! Pace, suoni senza grazia!
Pazzi gli uni e gli altri! Deve essere pur bella Elena
se ogni giorno la dipingete così col vostro sangue.
Oggi non me la sento di combattere per lei,
è un pretesto troppo grande (…).

Per il principe troiano è vano combattere per Elena e di questo ne è consapevole anche suo fratello Ettore che, tanto diverso dal personaggio omerico, propone all’assemblea di riconsegnare la donna e di cessare le ostilità con i Greci (II, 2). Questo Ettore non difende l’onore come nell’Iliade, ma si presenta nelle vesti di eroe pacifista che denigra la futilità della guerra proprio come aveva fatto Troilo in I, 1. Ma è proprio qui che Shakespeare scambia le carte sul tavolo: Troilo controbatte al fratello, contraddicendo quanto aveva asserito per tutta la prima scena del I atto:

Vergogna, fratello, vergogna
pesi forse l’onore e la dignità di un gran re
come nostro padre con una bilancia comune?
(…) Vergogna, per gli dei, vergogna!
(…) Tirarsi indietro e salvare la faccia non si può. (II, 2)

Troilo propone ora una guerra ad oltranza per custodire e difendere l’onore della patria e del casato. L’espediente funziona: basta ricordare l’onore nazionale e individuale e, pur rimanendo convinto dell’eticità e correttezza delle proprie asserzioni, Ettore cede a colui che da accanito pacifista è ora diventato un guerrafondaio, e neppure le folli premonizioni di Cassandra sono capaci di distoglierlo. L’Ettore shakespeariano si è riappropriato della sua veste omerica! La guerra, l’onore e il prestigio hanno sopraffatto la pace, la cui piaga è la sicurezza (II, 2) che ancora una volta è stata allontanata dagli uomini.

Davanti alla precarietà psicologica di Ettore e Troilo che sono incostanti e facilmente manovrabili, c’è un personaggio che rimane stabile per tutto Troilus and Cressida ed è colui che agli occhi di tutti è solo un buffone, Tersite. Shakespeare ama ricordarci che è negli emarginati, nei denigrati dalla società, nei folli che risiede la razionalità più genuina, dal momento che solo questi occhi disinteressati sanno scorgere la reale contingenza delle cose. È per bocca di Tersite che il bardo inglese si fa costantemente beffa degli eroi, del loro desiderio di gloria e soprattutto della guerra. Tersite è colui che dice la verità: la guerra non ha senso e questa sua posizione è ribadita ogni volta che è sulla scena:

…la peste colga tutto il campo greco! (…) ecco la giusta maledizione che incombe su chi fa la guerra per la gonnella… (II, 3).

Ma ancora:

Che truffa, che furfanteria, che speculazione! È tutto per una puttana e un cornuto. Bel pretesto per trascinare alla guerra e dissanguarsi le masse. Che gli venga la serpigine a chi so io, e guerra e lussuria li consumino tutti! (II, 3).

Tale posizione ritorna poi anche nell’ultima battuta di Diomede in IV, 1:

Tanti Greci e Troiani hanno patito per lei (Elena) la morte!

Ancora una volta la guerra di Troia è un evento intriso di insensatezza e la confusione che esplode con gli scontri concitati del V atto ne è una prova lampante. Disprezzo e ripudio per le ostilità è anche ciò che trapela da una delle più note tragedie shakespeariane, Romeo and Juliet [3].

Se lo scontro tra nazioni di Hamlet e Troilus and Cressida viene ridotto a scontro tra fazioni all’interno di un contesto cittadino ci si ritrova immersi nelle vicende dei due innamorati di Verona. Il rifiuto dei rinnovati scontri in cui si sporcano/ di sangue cittadino mani di cittadini emerge già dalle parole del prologo in apertura, a cui il drammaturgo affida non solo l’anticipazione del plot, ma anche il proprio punto di vista sulla vicenda. Qui è la figura del principe Della Scala a provare la mediazione tra Montecchi e Capuleti, ma il suo tentativo non ha effetto dal momento che per fermare le zuffe cittadine e separare un odio incancrenito è stata necessaria la morte dei due giovani innamorati:

Allora dove sono
questi nemici? Capuleti! Montecchi!
vedete che flagello si è abbattuto
sull’odio vostro? Vedete come il Cielo
ha saputo servirsi dell’amore
per colpire le vostre gioie a morte! (V, 3).

Roméo et Juliette: La Scéne du tombeau,
Joseph Wright di Derby, 1790

Tutto ciò che è accaduto è stato senza motivo. Ogni volta che l’uomo brandisce la spada contro il suo simile non vi è nulla di razionale nelle azioni umane. La guerra, sia essa tra popoli, tra nazioni, tra fazioni, tra casati, tra membri della stessa famiglia, rimane una gramigna da estirpare e questo Shakespeare lo sapeva bene e lo ha voluto perennemente ricordare a chi si è apprestato nei secoli ad assistere o a leggere una sua opera. 


[1] I corsivi successivi sono tutti tratti da W. SHAKESPEARE, The Tragedy of Troilus and Cressida, traduzione di Luigi Squarzina..

[2] I corsivi successivi sono tutti tratti da W. SHAKESPEARE, The Tragedy of Hamlet, traduzione di Luigi Squarzina.

[3] Per le citazioni in corsivo tratte dall’opera si è ricorso a: W. SHAKESPEARE, The Tragedy of Romeo and Juliet, traduzione di Guido Bulla.