Archeologia

Un cervello di vetro a Ercolano

Roberta Giannì

Quella che nel 79 d.C. colpì Pompei e la vicina Ercolano è considerata una delle eruzioni vulcaniche più famose della storia. Quell’anno, in un giorno come tanti, il Vesuvio eruttò con una tale potenza da coprire sotto uno strato di ceneri e lapilli di 6/7mt tutto il territorio circostante, compresi gli abitati umani. Tutto si fermò, per Pompei, Ercolano e altri centri limitrofi non ci fu mai la fase di abbandono che ha caratterizzato i numerosi antichi abitati venuti alla luce nel corso delle indagini archeologiche negli anni. Quella che oggi si presenta agli occhi dei milioni di visitatori l’anno è come un’istantanea: ogni cosa si è fermata agli ultimi momenti.

Pompei ed Ercolano sono ancora oggi considerate dagli studiosi una fucina di informazioni di carattere sia storico-artistico, per i resti dell’edilizia privata romana o per il caratteristico colore rosso che definisce gli apparati decorativi che la adornano, che antropologico, per il rinvenimento di scheletri e di calchi di tutti gli individui che perirono a causa dell’eruzione. A seguito delle analisi, gli scheletri vennero attribuiti agli individui rimasti intrappolati sotto i crolli degli edifici, mentre i calchi si formarono in un momento successivo, in cui un’ondata di ceneri e fumi ad alte temperature investì a gran velocità tutto il territorio circostante, provocando la morte per shock termico a chiunque vi rimase esposto.

Pier Paolo Petrone, responsabile del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense presso il Dipartimento di Medicina Legale dell’Università Federico II di Napoli, da vent’anni studia l’impatto dell’eruzione del 79 d.C. sul territorio campano e sulla sua popolazione. È recente la sua scoperta, nel corso delle analisi di uno degli individui periti a Ercolano – condotte in collaborazione col Parco Archeologico di Ercolano, del CEINGE Biotecnologie avanzate, CNR, Università di Roma Tre e Statale di Milano – di materiale cerebrale vetrificato.

Un cervello di vetro

Il processo di vetrificazione, che in natura si attua raramente, avviene nel momento in cui un materiale si riscalda fino a liquefarsi per poi raffreddarsi velocemente subito dopo, cristallizzandosi in una forma solida dall’aspetto vetroso. Attualmente la vetrificazione viene utilizzata al posto del congelamento per la conservazione delle cellule viventi di un organismo, in quanto garantisce la solidificazione dei tessuti senza che questi subiscano dei danni.

La vetrificazione che ha interessato il cervello dell’individuo di Ercolano, tuttavia, si è manifestata in modalità del tutto naturali, come conseguenza degli eventi legati all’eruzione: si tratta perciò di un ritrovamento fortuito, in quanto, come sottolinea lo stesso Petrone, ad oggi non esistono altri casi di rinvenimento di materiale cerebrale all’interno di un contesto archeologico. L’individuo finora è l’unico a Ercolano quanto a Pompei ad aver restituito frammenti di tessuto cerebrale. Tali frammenti vetrosi sono stati rinvenuti all’interno del cranio e a un’attenta analisi hanno rivelato la presenza di proteine legate alla corteccia cerebrale e all’ipotalamo, e degli acidi grassi tipici dei capelli, tutti elementi che hanno permesso agli studiosi di realizzare il fatto di essere in presenza di materiale cerebrale. E le sorprese non erano ancora finite.
Nei giorni scorsi, lo stesso team interdisciplinare si è reso difatti protagonista di nuovi risvolti: neuroni perfettamente conservati all’interno del tessuto cerebrale vetrificato. Il professor Guido Giordano, ordinario di Vulcanologia presso l’Università di Roma Tre, spiega che la conservazione dei neuroni è sempre associata al processo di vetrificazione che ha interessato i resti di tessuto cerebrale rinvenuto precedentemente, poiché la conversione del materiale organico in vetro ha “congelato” le strutture cellulari del sistema nervoso centrale dell’individuo di appartenenza, mantenendolo intatto fino alla sua scoperta.

Neuroni al microscopio

Alcuni studi condotti su del materiale ligneo vetrificato in contesto archeologico hanno dimostrato come il processo avvenga in un range di temperature compreso tra i 310°C e i 530°C, temperature plausibili in un contesto di eruzione vulcanica come quella di Pompei ed Ercolano. L’individuo, dunque, nel momento della veloce discesa della nube vulcanica, si ritrovò particolarmente esposto a delle condizioni ambientali estreme, con temperature altissime seguite da un rapido raffreddamento delle ceneri vulcaniche.

Quella di Pompei, di Ercolano, e di tutti quei centri colpiti dalla furia del Vesuvio, rimane ancora una questione aperta. Il Parco Archeologico di Ercolano ha difatti inserito tra i temi di ricerca principali le indagini bioantropologiche e vulcanologiche, non solo per l’interesse nell’ambito scientifico ma anche in quello attuale, per una migliore gestione di catastrofi naturali simili a quella del 79 d.C., tuttora possibili.  Le nuove scoperte continuano a fare luce su questo capitolo tragico della storia umana, che non ha nulla di diverso dai grandi eventi drammatici che continuano a colpire l’umanità ancora oggi. Pompei ed Ercolano simboleggiano la fragilità umana di fronte alla Natura, e ci ricordano che per quanto tentiamo di controllarla, non riusciremo mai completamente a dominarla.