Letteratura

WATCHMEN: L’INGANNO DEL FUMETTO CHE VOLEVA ESSERE UN ROMANZO

di Enrico Molle

In Clinamen-periodico di cultura umanistica – n. 5, pagg. 38-42,

Quando si parla del “fantastico”, inevitabilmente, o quantomeno frequentemente, viene da pensare, tra le tante cose fantastiche, ai supereroi. Se si parla di rappresentazione del fantastico in letteratura, raramente si arriva a pensare ai fumetti che narrano le imprese eroiche di persone straordinarie che combattono il crimine o salvano il mondo ripetutamente. Questo accade perché il fumetto porta ancora con sé i segni degli anni in cui temeva il confronto con la letteratura, una paura che, prima dell’arrivo di Watchmen, non era mai stata affrontata.

Che cos’è Watchmen vi starete chiedendo? Watchmen è una miniserie a fumetti scritta dal britannico Alan Moore e illustrata dal connazionale Dave Gibbons, pubblicata in dodici albi mensili tra il 1986 e il 1987 dalla DC Comics e poi raccolta in un unico volume. In verità Watchmen è molto di più, è una pietra miliare del fumetto, un’eccezionale connubio tra produzione letteraria e grafica, tanto da segnare un punto di non ritorno, una rottura con il passato, e da spingere ogni successiva storia illustrata a fare i conti con quest’opera. Nell’universo fumettistico, insomma, esiste un prima e un dopo Watchmen.

La sua importanza si percepisce anche solo per il fatto che si tratta dell’unico fumetto ad aver vinto un Premio Hugo in ambito letterario, o a essere stato inserito nelle lista del Time dei cento miglior romanzi in lingua inglese dal 1923 a oggi, a fianco a grandi classici della letteratura. Già, perché Watchmen, con il suo successo, ha dato vita al genere che oggi viene definito romanzo grafico, più comunemente noto in lingua inglese come graphic novel. Tra l’altro, il genio dietro le vignette, il sopraccitato Alan Moore, oltre a essere conosciuto come uno dei più grandi fumettisti, è anche uno scrittore di romanzi.

Poste queste premesse, è doveroso capire i motivi che sono alla base di un così grande successo.

Watchmen è considerato dalla critica e dai lettori di tutto il mondo un vero capolavoro contemporaneo, poiché, attraverso il mito del supereroe, ci racconta un’avventura di altissima intensità emotiva che esplora i grandi temi dell’umanità quali la giustizia, la moralità, la pace, fino al senso stesso dell’esistenza.

La storia è anticonvenzionale rispetto al suo genere: si parla di supereroi, ma tra i più umani che siano stati mai visti in un fumetto. I protagonisti, ad eccezione del Dr. Manhattan, un fisico che successivamente ad un incidente in laboratorio ha acquisito capacità sovraumane, non hanno super poteri, tuttavia decidono spontaneamente di combattere il crimine mascherandosi da giustizieri, quasi fosse un qualunque mestiere che qualcuno deve pur fare. Tra l’altro, il contesto in cui si svolge la storia, quello della Guerra Fredda, è contemporaneo all’uscita dell’opera e permette in questo modo di dare maggiore credibilità agli interpreti, supereroi appunto, che per antonomasia dovrebbero essere incredibili.

Sullo sfondo di un conflitto nucleare che appare inevitabile, i supereroi ormai banditi e considerati fuorilegge in seguito a un decreto amministrativo, iniziano a morire come se qualcuno stesse dando loro la caccia e per questo, dopo anni di inattività o di latitanza, ritornano in contatto fra loro per far fronte alla duplice minaccia. Ma appaiono stanchi, decadenti, annoiati, messi fuori gioco dall’incalzare della realtà che sembra richiamarli e ricordare loro che le ronde notturne, la lotta alla malavita e alla delinquenza, sventare omicidi e salvare il mondo credendo di essere speciali, superiori, sono pratiche sciocche e ormai superate, inopportune, fuori moda, perché i problemi del mondo sono a questo punto troppi e troppo grandi. Il passato in cui i giustizieri mascherati spopolavano è un vecchio e dolce ricordo, del quale a volte ci si vergogna quasi per imposizione.

Watchmen, quindi, è un fumetto di supereroi, ma allo stesso tempo non lo è perché i suoi protagonisti sono spogliati del loro stesso ruolo, vengono messi a nudo, affondando prima di riemergere. Quest’opera, in realtà, ci parla dell’uomo, e ciò avviene perché i suoi autori, scavando nelle coscienze dei personaggi, hanno avuto una semplice, quanto efficace, intuizione: hanno capito come nelle fantasie e nelle trame del fumetto si celi tutto il materiale per raccontare l’essere umano, la sua grandezza e la sua miseria, le sue origini e il suo destino, il suo essere tutto e il suo essere nulla.

La riflessione sul significato intrinseco della vita umana pervade ogni pagina, perché alla vigilia di una guerra nucleare tra USA e URSS che può spazzare via l’umanità per sempre, ognuno si interroga sul senso della propria esistenza. Dinanzi all’incessante evoluzione tecnologica, al degrado delle grandi città, all’alienazione dell’individuo e all’irreversibilità di un processo di degenerazione mondiale, il messaggio lanciatoci da Watchmen è che «viviamo come capita, in mancanza di meglio, poi escogitiamo giustificazioni», che «nati dall’oblio, facciamo figli destinati all’inferno come noi». Rorschach, il personaggio più cupo dell’intera opera, giustiziere mascherato che non conosce compromessi, ci confessa che, dopo aver visto l’orrore dell’umanità, nessuno «può più voltare le spalle fingendo che non esista» e su questa consapevolezza si basa la nascita di ogni vigilante, la necessità di operare oltre la giustizia per combattere l’ingiustizia: chi nasconde la propria identità e picchia i criminali non lo fa perché gli viene concesso, lo fa perché deve, perché è costretto.

Ma in Watchmen ci viene mostrato anche il risvolto della medaglia, il rovescio totale di ogni riflessione dell’uomo su se stesso. A fornircelo è il personaggio di Dr. Manhattan, il cui vero nome è Jonathan Osterman, un eccellente fisico nucleare che rimane rinchiuso in una stanza utilizzata per rimuovere il campo intrinseco proprio nel momento in cui sta per iniziare un esperimento automatizzato, senza nessuna possibilità di blocco. Durante l’esperimento Jonathan viene completamente polverizzato, salvo poi ricomporsi, ricostruendo autonomamente, grazie a una sorta di coscienza, il suo essere che, una volta completo, apparirà come una figura umana dalla pelle blu con capacità straordinarie quali il controllo pressoché totale sulla materia fino a livello molecolare e sub-atomico o la possibilità di vedere contemporaneamente passato, presente e futuro. La sua esistenza sconvolgerà profondamente l’umanità che si troverà di fronte a quello che può essere definito un “Dio”.

Per un’entità che può praticamente tutto, la vita risulta un fenomeno poco esaltante e, di conseguenza, non lo sconvolge l’idea che l’intera razza umana possa essere spazzata da una guerra nucleare che essa stessa ha scatenato. Mentre si trova su Marte per discutere con la sua ex-ragazza, Dr. Manhattan afferma chiaramente che la vita è un concetto altamente sopravvalutato e che Marte se la cava perfettamente senza avere neppure un microrganismo. Sostanzialmente ci vuole far capire come la nostra visione da esseri umani, ovvero della vita che si concentra sul punto di vista della vita (parafrasando una celebre frase del graphic novel), è limitata: esistono infatti delle alternative. E questa possibilità di valutare altri possibili itinerari dell’umano affiancherà il lettore per interi capitoli, gettandolo in uno stato di angoscia e spaesamento.

Andando avanti nella storia, ogni riflessione è capovolta di continuo: perfino il Dr. Manhattan, dopo aver sminuito l’importanza della vita, arriverà a rivalutarla dopo che si troverà spiazzato da un colpo di scena relativo alla scoperta, da parte di uno dei personaggi, dell’identità del suo vero padre.

Quest’altalena di elaborate e profonde riflessione sui principi dell’umanità è necessaria per la piena riuscita dell’opera: l’intera serie di prospettive, opposte e intrecciate, non fa altro che accompagnarci e prepararci al finale, inaspettato, che ogni lettore deve giudicare e interpretare a modo suo, scegliendo da quale parte schierarsi e quale gamma di principi accettare.

Con la libertà che li è stata concessa, gli autori, Moore e Gibbons, hanno fatto di Watchmen un’ottima serie che si pone allo stesso tempo come un riassunto del passato fumettistico, un accurato ritratto romanzato dell’epoca contemporanea alla sua realizzazione (per certi versi molto attuale ancora oggi) e una profezia del futuro.

Inoltre, a riprova dell’immensità di quest’opera, nelle pagine finali dei primi tre albi troviamo interi capitoli di un romanzo autobiografico scritto da uno dei protagonisti della storia illustrata, in cui l’autore, Hollis Mason, un ex eroe mascherato, si interroga sull’esigenza di camuffare la propria identità e vivere una seconda vita combattendo il crimine, aprendo ad analisi introspettive e psicologiche del tutto nuove tali da influenzare ogni supereroe successivo.

Alla fine del quarto albo troviamo squarci di un saggio sulla politica scritto dall’ex-caporeparto di Jonathan Osterman, divenuto poi Dr. Manhattan, nel quale si prova a spiegare cosa abbia comportato la nascita di questo essere superiore per l’America e per il Mondo intero. E ancora, sempre a fine di ogni albo, scorgiamo articoli di quotidiani o riviste, interviste, rapporti aziendali, il tutto per farci immergere completamente nella storia, tanto da portare il lettore a non essere in grado di distinguere nettamente la realtà dalla finzione. D’altronde, in Watchmen, il velo che separa l’universo fumettistico dal nostro è quasi impercettibile e questo è il segno che l’intento del duo Moore-Gibbons è perfettamente riuscito. Siamo dinanzi a un perfetto gioco di incastri fra diversi livelli di realtà e di finzione, che, seppur inventati, sono tuttavia verosimili. Per cogliere la complessità di questo lavoro è necessaria tutta la nostra attenzione, non ci si può distrarre.

Con l’invito a leggere, qualora non lo aveste fatto, o magari a rileggere questa magnifica opera, riporto in conclusione alcune parole di Alan Moore che forse potranno aiutarci, ancora una volta, a capire la profonda rivoluzione apportata da Watchmen nel mondo dei fumetti:

Suppongo di aver solo pensato: «sarebbe un buon modo per iniziare un fumetto: avere un supereroe famoso che viene ritrovato morto». Mentre il mistero veniva lentamente risolto, ci saremmo addentrati sempre più nel cuore di questo mondo di supereroi, mostrando una realtà che è ben diversa dall’immagine pubblica che la gente ha di un supereroe.