Intervista a Claudio Villa

a cura di Lorenzo Di Lauro

In questo numero abbiamo il piacere di intervistare uno dei fumettisti e disegnatori più influenti in Italia e non solo. Claudio Villa è legato da ormai quarant’anni alla Bonelli Editore, esordendo con Martin Mystere nei primi anni 80. Nel 1986 ha realizzato la prima versione grafica di Dylan Dog, per il quale è stato copertinista per diversi anni. Nel 1994 ha lasciato il personaggio creato da Tiziano Sclavi per diventare il copertinista ufficiale per Tex, incarico che ricopre attualmente. Oltre alle collaborazioni con la Bonelli, è attivo in tantissimi altri contesti. Nel 2006, su testi di Tito Faraci, ha realizzato la storia “Devil vs Capitan America” per Panini Comics, coronando il sogno di rappresentare una storia con protagonisti supereroi e supercattivi.

Ci racconti i suoi inizi nel mondo del fumetto. Come è nata la passione per il disegno?

Io e la passione per il disegno siamo nati insieme. Ma l’ho scoperta intorno ai quattro anni, dove mi trovavo a cercare di disegnare cowboy e indiani sullo scatolone che conteneva i miei giocattoli.
Poi è stato un continuo crescendo: mio padre comprava fumetti e io glieli “rubavo”, ma non li leggevo realmente: “guardavo le figure”. Ero affascinato dal mondo del disegno nel fumetto, che creava mondi realistici e credibili trasportandomi, da lettore, in altre dimensioni.
Dopo gli studi artistici ( ho fatto il Liceo Artistico) ho capito che serviva altra capacità per disegnare davvero i fumetti. E così sono andato ad imparare da un professionista del fumetto: Franco Bignotti. Che mi ha insegnato le basi per poter affrontare ogni tipo di storia a fumetti.

L’entrata in Bonelli le permette di affermarsi in giovane età, esordendo fin dagli anni 80 e contestualmente creando graficamente Dylan Dog. Come è nato uno dei personaggi più celebri del fumetto italiano?

Dylan Dog ha un papà certo: Tiziano Sclavi e, più che una mamma, uno “zio”: io. I primi studi, commissionatimi dalla Casa Editrice, non “centravano” il personaggio.  Fu Sclavi che mi chiese di renderlo simile ad un attore, allora pressoché sconosciuto in Italia: Rupert Everett. Al cinema, munito di matita e blocco da disegno, davanti al film Another country, ho schizzato i punti di riferimento per far nascere Dylan Dog. Sclavi mi ha raccomandato di non farlo così “delicato” come appariva in quel film e così ho scavato le guance, reso importante il naso e quando ho portato gli schizzi in Casa Editrice, Mauro Marcheselli (il direttore editoriale dell’epoca) mi disse: “ ma questo è Claudio Baglioni!”
Frase che si rivelò profetica. Da qui sono nate le prime 41 copertine che ho disegnato, imparando  sul campo la differenza tra copertina e fumetto.

Dylan Dog vs zombie
Dylan Dog

L’esordio con Tex avviene nel medesimo periodo, con soggetto e sceneggiatura di Gianluigi Bonelli. Cosa l’ha colpita a primo impatto del ranger più amato d’Italia e cosa ama oggi di lui dopo più di 35 anni di collaborazione?

Quando mi hanno passato da Martin Mystère (personaggio che disegnavo per la Bonelli all’epoca) a Tex, mi sembrava di sognare. Ho sempre amato il western, e trovarmi nelle condizioni di poterlo disegnare era un punto d’arrivo, nella mia ingenuità. Ho capito dopo che era un punto di partenza. Perché con Tex , sei tu al suo servizio e non viceversa. Devi capire chi è, come si comporta, com’è la sua psicologia e poi, forse, lo puoi “raccontare” con cognizione di causa. E Tex è una brutta bestia. Nel senso che se non lo “racconti” in un certo modo, “non è lui”. Puoi fare un cowboy vestito come lui, con la sua faccia, ma se non lo fai “essere” Tex, non è lui. È una situazione che ti accompagna giorno dopo giorno, tavola dopo tavola, anno dopo anno. Capire Tex e “raccontarlo” al meglio è il traguardo, mai raggiunto, per ogni disegnatore. Più lo disegni, più lo “frequenti”, più lo conosci e più capisci come descriverlo al lettore.
È necessario un lavoro silente e non percepito dal lettore perché gli appassionati si trovino di fronte al “vero” Tex. È un processo che non ha fine. Ancora oggi imparo, capisco e conosco Tex più di ieri.
Come se fosse una persona vera, che non hai mai finito di conoscere. Quello che mi piace è la sua capacità di essere al di sopra della parti, la sua “non partigianeria”, la sua libertà di pensiero, che gli permette di individuare un farabutto anche sotto una divisa che incute rispetto. Con tutte le conseguenze connesse.

Tex guarda l'orizzonte
Tex

Nel 1994 diviene copertinista di Tex, abbandonando Dylan Dog e raccogliendo l’eredità di un mostro del fumetto come Galep. Cosa ha avuto modo di carpire da un grande maestro come Galleppini e con quale filosofia si approccia ad ogni copertina nuova?

Galep ha fatto scuola nelle copertine di Tex. E ancora molti lettori, giustamente, lo vedono come “IL COPERTINISTA” di Tex. Chiunque venga dopo di lui è solo un  rimpiazzo, nemmeno molto efficace.
Ogni copertina nuova lascia sempre meno spazio ad un’immagine veramente nuova, differente.
Le copertine di Tex sono un misto di tradizione e immagini che si rifanno ad una cultura western che deve essere ancorata intorno agli anni cinquanta. Se si esce da questo canone si rischia di non rendere più riconoscibile il personaggio in edicola, dove il lettore si aspetta di vedere un Tex sicuramente trionfante, che combatte a suon di Bang Bang, Zip, Zip. Qualsiasi scostamento dal tipo di cultura dell’immagine a cui Tex è legato, lo snaturerebbe. Il difficile sta proprio qui: riuscire ogni mese a dare una copertina “in linea” con la cultura di riferimento di Tex, senza rinnegarla, anche in presenza di contenuti inediti.
Facile a parole, un po’ meno nel lavoro.

Oltre alla Bonelli, ha avuto modo di lavorare con Claudio Baglioni alla realizzazione della storia “Le vie dei colori”, che riprende la medesima canzone e dove il protagonista è di nuovo Dylan Dog. Può raccontarci quest’esperienza particolare con un grande cantautore?

Un tuffo dove l’acqua è più blu, tanto per citare un altro famosissimo cantautore: Lucio Battisti. È stata un’esperienza bellissima, fatta in anni lontani e liberi da ogni interesse. L’unico scopo che ha guidato tutto il progetto è stato il puro piacere di farlo. Prova ne è che la prima pubblicazione è stata in “campo neutro”, su una rivista che si occupava di musica e spettacolo, chiamata appunto “Tutto Musica e Spettacolo”. È stato “solo” l’incontro tra Musica e Fumetto per esplorare un campo già visto in passato, ma con un taglio più moderno: non una storia che raccontasse pedissequamente ogni strofa della canzone, ma un fumetto che si “intrecciava” , fondendosi, nella narrazione d una storia sapientemente scritta e cantata da uno dei più grandi musicisti e cantautori contemporanei. L’unico che la poteva “interpretare” era Dylan Dog.
Mio il soggetto e la sceneggiatura, sottoposta ed approvata, dallo staff di Claudio Baglioni.
Mi sono rimasti nella memoria  i momenti con Baglioni dalla riunione in Bonelli per definire il grado di collaborazione al photoshooting per la copertina. Un momento “magico”, che ricordo ancora con molto piacere.

Tra le sue sue collaborazioni c’è anche quella con il settimanale Autosprint, dedicato al mondo dei motori. In passato ha anche realizzato la breve storia “Sessanta giorni a Palermo”, dove sono state raccontate le ultime vicende con protagonisti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Come riuscire a conciliare collaborazioni per progetti o attività molto diversi tra di loro?

Con Autosprint mi lega una passione ultradecennale da lettore e, grazie a Mario Donnini e Andrea Cordovani , sono chiamato ogni tanto a fare una copertina celebrativa che mi permette di omaggiare un mondo che amo, quello dell’automobilismo, e che frequento spesso, almeno dal punto di vista virtuale, con ottimi simulatori da computer, come Assetto Corsa Competizione e Automobilista2.
Fare collaborazioni “extra Tex” rientra nelle possibilità di chi fa un lavoro come il mio. Si tratta soltanto di pianificare bene i tempi perché un lavoro non mortifichi o rallenti troppo quello principale.

Dulcis in fundo, nel 2006, su testi di Tito Faraci, ha realizzato la storia “Devil e Captain America: Doppia Morte”, dove entra nel magico mondo realizzato da Spike Lee. Come è stato lavorare per quel progetto e cimentarsi in un mondo di supereroi e super cattivi?

Capitan e America e Daredevil
Daredevil e Capitan America

Ho sempre amato i supereroi, tanto che qualche lettore mi contesta, e non a torto,  il fatto di fare un Tex fin troppo “super” muscoloso.
Riuscire a realizzare una storia con il “Batman” e il “Superman” della Marvel (nell’ordine Devil e Capitan America) è stato molto stimolante.
Mi ha permesso di confrontarmi con uno storytelling differente e un’atmosfera che ho amato molto  e continuo ad amare, anche a sessant’anni suonati.